Giorgio Ambrosoli
Giorgio Ambrosoli

Milano, 11 luglio 2019 - «Il signor Ambrosoli?». «Sì». «Mi scusi signor Ambrosoli». Quattro colpi di pistola al petto con una 357 Magnum, e il lavoro del killer ingaggiato negli Usa da Michele Sindona era già finito. Come la vita breve di Giorgio Ambrosoli, quarantenne avvocato milanese ammazzato la sera dell’undici luglio 1979, giusto 40 anni fa.

Un professionista onesto la cui unica colpa era quella di svolgere con competenza il delicato compito, conferitogli dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli, di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, la banca di Sindona. Quando il sicario lo raggiunse sul portone di casa, la sorte di Ambrosoli era segnata da tempo e il primo a saperlo era lui. «È indubbio che in ogni caso pagherò a caro prezzo l’incarico», aveva scritto in una specie di lettera-testamento alla moglie Annalori già quattro anni prima. E in un altro appunto: «Qualunque cosa succeda, tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto...». Non era certo un sovversivo, l’avvocato Ambrosoli, ma un moderato di simpatie monarchiche che non aveva mai vissuto fino a quel momento la politica in prima persona. Però mettere le mani nel crac da 400 miliardi di un banchiere che solo pochi anni prima Giulio Andreotti aveva gratificato del titolo di «benefattore della lira», non poteva che risultare impresa ad altissimo rischio, visto l’intreccio di interessi - dalla mafia alla P2, dallo Ior alla politica - che l’avvocato Ambrosoli andava a intaccare. Un’impresa da «eroe borghese», come lo definì Corrado Stajano.

Assunto l’incarico di commissario liquidatore, cominciò a scoprire piano piano la rete di protezione e i segreti del banchiere siciliano amico dei potenti. Più l’avvocato dimostrava che le banche di Sindona erano vicine all’insolvenza, più certi suoi amici come Licio Gelli e altri ancor meno presentabili facevano pressioni sul presidente Andreotti affinché al «benefattore» venissero risparmiati guai finanziari e giudiziari. «Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo», rispose una volta Ambrosoli a un giornalista. A saldare il conto provvide per 25mila dollari William J. Aricò, con quei quattro colpi di pistola e le sue mezze scuse mentre premeva il grilletto.