Milano, 3 marzo 2018 - Non gli piaceva la parte del centenario, nemmeno un po’. «Per carità, l’argomento è tabù. È una cosa obbrobriosa», ci rispose nell’anno in cui aveva superato il secolo. «Ho dimenticato metà secolo e sto dimenticando l’altra metà perché voglio vivere nel futuro», ha chiarito in seguito a un altro improvvido intervistatore. Del resto Gillo Dorfles, nato a Trieste sotto l’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe, che ha conosciuto Svevo e Montale, Quasimodo e Pavese, e ha lanciato Lucio Fontana, nei suoi quasi 108 anni di vita – se non fosse morto ieri, li avrebbe compiuti il 12 aprile – non si è mai orientato guardando nel retrovisore. E non si è mai fermato: a gennaio dell’anno scorso era in Triennale a inaugurare Vitriol, una personale sul personaggio ispirato all’alchimia che ha disegnato da ultracentenario, tra il 2010 e il 2016. Critico d’arte, filosofo e pittore, laureato in Medicina con specializzazione in Psichiatria, si è occupato di architettura, design, moda, senza puzze sotto il naso.

Di Milano gli piacevano i nuovi grattacieli («Finalmente!»), e gli piacevano anche i Navigli, che ha fatto in tempo a vedere prima che fossero interrati; di recente ha chiarito che «è stato un errore», ma si parla di riaprirli, ora. Non era assolutamente un passatista, ma nemmeno un entusiasta del futuro, se non lo trovava bello: si schierò con i suoi vicini di casa, i residenti di piazzale Lavater, nella battaglia (vinta) per bloccare il parcheggio interrato; non ebbe problemi a definir l’idea di mettere alberi in piazza del Duomo (quelli di Abbado, non le palme e i banani di Starbucks) «una boutade». Gli piacque invece il dito di Cattelan davanti alla Borsa: «Spiritoso. Una volta tanto abbiamo un monumento non idiota». E ricordava quando era con Arnaldo Pomodoro nella commissione comunale per i monumenti: «Siamo riusciti a bloccarne cinque o sei, orribili. A un certo punto abbiamo detto no all’opera di un artista molto noto, ma mediocre. La commissione è stata sciolta, senza avvertirci, e subito dopo quel monumento è stato riammesso». Non faceva sconti, Angelo Dorfles detto Gillo, e se lo poteva permettere non solo per l’età. «Il pubblico medio milanese è tradizionalista e passatista. Mi riferisco alla ricca borghesia, reazionaria più che mai», chiariva in quell’intervista sette anni fa, pur insistendo che Milano fosse ancora «la capitale culturale» d’Italia. Tuttavia lui l’aveva vista conquistarsi il titolo, nel Dopoguerra, e il paragone con l’oggi risultava impietoso.

Una cosa non aveva perdonato alla città: non aver costruito un museo d’arte contemporanea, lasciandosi sfuggire anche l’occasione di CityLife con lo stralcio del progetto di Daniel Libeskind. «Sono cinquant’anni che aspetto un museo d’arte contemporanea a Milano, non si capisce perché in cinquant’anni la città più ricca d’Italia non riesca a fare quel che si fa a Rovereto, che avrà al massimo quarantamila abitanti, e ne ha uno bellissimo». O meglio, lui aveva un’idea: «Perché sono avari, ecco perché!» Ugualmente incomprensibile gli era l’attesa della Grande Brera, che non vedrà, pur avendola aspettata più di 45 anni.

 

MA il museo d’arte contemporanea, l’anno dei suoi cento, lo chiese come regalo. Però «in centro, non alla Bicocca o in posti orribili e impraticabili». Un’idea l’aveva, non lontana dalla sua Porta Venezia: «Nei Giardini Montanelli, dove un tempo c’erano gli animali. Va messo lì, e non mi dicano che non c’è posto. In mezzo al parco, così chi ci va può fermarsi a meditare su quel che ha visto. Un museo con quel che serve per incontrarsi, col caffè, il ristorante e la terrazza panoramica, come ovunque nel mondo. Finalmente un’oasi intelligente per Milano, invece di stare ancora a pensare all’Arco della Pace...»