La Guardia di finanza in Regione
La Guardia di finanza in Regione

Milano, 29 settembre 2020 - Seguire le tracce lasciate dai 49 milioni di contributi elettorali percepiti illecitamente dalla Lega e poi "spariti" dai conti del partito. Un percorso tortuoso, che rimbalza sulle due sponde dell’Oceano, quello che i pm della Procura di Milano, insieme con i colleghi di Genova, stanno cercando di fare e a ritroso, anche grazie ai riscontri che potrebbero emergere dai diversi filoni milanesi delle inchieste che vedono protagonisti figure di spicco e i consulenti del Carroccio, oltre agli imprenditori legati al partito.

Sotto la lente del pool guidato dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco sono finiti i conti dell’imprenditore bergamasco Francesco Barachetti, indagato per peculato nell’inchiesta milanese sul caso Lombardia Film Commission. Quarantatré anni, ex consigliere comunale di Casnigo, in Valseriana, per i pm Barachetti è una delle figure centrali nell’indagine che scava anche sui "fondi neri" raccolti per la Lega dai tre commercialisti di fiducia, Michele Scillieri, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, tutti finiti ai domiciliari. Quelle sui conti correnti dell’elettricista bergamasco - che negli ultimi anni avrebbe ottenuto dalla Lega o da società collegate, come la Pontida Fin, oltre 2 milioni di euro - non sono le uniche movimentazioni sospette individuate dai pm milanesi.

Accertamenti sono in corso anche sulle posizioni bancarie di altri imprenditori e personaggi di rilievo. Decisivo per l’inchiesta il quadro tracciato dal professionista milanese Scillieri, ritenuto la mente di una serie di operazioni al vaglio. Prestanome in diverse occasioni, tra cui l’affaire Lombardia Film Commission, è stato Luca Sostegni, che verrà interrogato nuovamente venerdì prossimo. Nel frattempo, questa mattina si terranno le udienze al Riesame per Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, i due revisori in Parlamento per il Carroccio arrestati e che hanno chiesto la revoca della misura dei domiciliari. Vanno avanti a tappe forzate anche le indagini sul "caso camici".

Tra gli indagati, il governatore Attilio Fontana, oltre al cognato Andrea Dini, proprietario della Dama Spa, "eccellenza varesina" che prima del covid-19 produceva e distribuiva il marchio Paul&Shark. Una volta scattata l’emergenza, la Dama si è riconvertita ottenendo da Regione Lombardia una fornitura di camici e Dpi per 513mila euro, poi trasformata in donazione. Le Fiamme gialle stanno cercando di vederci più chiaro sulla struttura societaria e hanno acquisito documenti relativi alla Diva Trust e alla Divadue, attraverso le quali Dini e la sorella Roberta, moglie del governatore, controllano le quote di Dama. La moglie di Fontana ha una partecipazione del 10% attraverso la Divadue. Il sospetto degli inquirenti, però, è che lei o il marito possano avere altre quote, schermate grazie alla Diva Trust, che detiene il 90% della Dama e ha sede all’Unione fiduciaria di via Amedei a Milano. La stessa fiduciaria che gestisce il conto in Svizzera da 5,3 milioni di euro di Fontana, dal quale il governatore ha tentato di far partire un bonifico da 250 mila euro a favore del cognato per risarcirlo, almeno in parte, del mancato guadagno per la vicenda dei camici. Operazione che è stata segnalata prima a Bankitalia e poi alla Gdf, dando di fatto il là alle indagini.