Felice Riva
Felice Riva

Milano, 28 giugno 2017 - È stato uno dei protagonisti di un’Italia ricca, scintillante, sconsiderata. Come per un contrappasso è morto nella solitudine del dimenticato. Felice Riva, una vita (iniziata a Legnano nel 1935) al galoppo, dissenatamente onnivora. Il gruppo tessile Vallesusa ereditato dal padre, un simbolo economico, disarticolato e affondato in un vortice di spericolate operazioni finanziarie. La presidenza del Milan. Un assaggio del carcere prima della fuga in Medio Oriente, vanamente inseguito da un mandato di cattura internazionale.

Felice Riva, un diploma di ragioneria al collegio Leone XIII, è già (e solo) Felicino alla morte del padre. Giulio Riva, genio allo stato puro, il “cutunàtt” che si è fatto da solo, muore all’improvviso nel 1960, per le complicazioni di una banale appendicectomia. Dal padre eredita l’azienda di famiglia, il Cotonificio Vallesusa, un colosso con 30 stabilimenti e 15mila dipendenti. Milano è sul tetto del mondo. Felicino vuole salire ancora più su. Una moglie bella come un bel sogno, Luisella Stabile, sposata nel 1958, gli ha dato figli splendidi. Un mondo di sogni e di ambizioni. La smania “del tycoon” che non vuole essere secondo a nessuno, ora che ha in mano le chiavi dell’impero. Nemmeno nel calcio. Nel 1963 rileva il Milan da Andrea Rizzoli. È il Milan di Rivera, Altafini, Trapattoni, Cesare Maldini, che ha appena conquistato la Coppa dei Campioni, prima squadra italiana, sconfiggendo a Wembley il Benfica di Eusebio. Sull’altra riva del tifo meneghino, l’Inter del petroliere Angelo Moratti. Anni d’oro anche qui, anni irripetibili di gloria pedatoria. Il presidente Felice Riva acquista l’asso del calcio britannico Jimmy Greaves, che non s’inserisce e ripassa dopo poco la Manica.

È il Vallesusa la vera tragedia. Troppi passi falsi del consigliere delegato e presidente, troppi disastri, troppi investimenti rovinosi. Nel 1965 le aziende di Felicino annegano in un baratro di 46 miliardi di lire evaporati. È il fallimento, la chiusura di tutti gli stabilimenti, con 8mila fra operai e impiegati che, dalla sera alla mattina, perdono il posto. Un crac nascosto in un primo tempo con bilanci falsificati. Nel 1969 Riva viene condannato a 4 anni di reclusione per bancarotta fraudolenta. Lo arrestano la sera del 4 febbraio, all’uscita da un cinema del centro di Milano. Rimane in carcere solo per pochi giorni perché il mandato di cattura viene annullato dalla Cassazione per un vizio di forma. Nei volantini che gli hanno lanciato contro, all’uscita di una serata alla Scala dove si rappresenta “La forza del destino”, gli ex dipendenti gli avevano augurato un lungo soggiorno: “Rag. Felice Riva, il tuo posto non è alla Scala, è a San Vittore”. Inizia la lunga fuga del biondo ragioniere e della sua famiglia: Nizza, Parigi, Atene, in Libano. A Beirut i capitali (legalmente esportati) gli garantiscono una vita agiata. “Chi parte per Beirut ha in tasca un miliardo”, cantava Rino Gaetano nella sua mai dimenticata “Il cielo è sempre più blu”, con allusione al ragioniere fuggiasco. Alcuni fatti sottraggono un po’ di doratura a quell’esilio: i cinquanta giorni trascorsi in carcere, la separazione dalla moglie. Fino alla guerra civile. Le bombe disintegrano la “Svizzera d’Oriente”. Nel 1982 Riva rientra in Italia con il passaporto libanese che ha in tasca dal 1974. È il 15 giugno, giorno del suo compleanno. Incastri di amnistie e condoni hanno ridotto la pena a pochi mesi. Fino al 1990 si divide fra Lugano e Saint Moritz. L’ultimo ritiro è Forte dei Marmi, in una villa nel quartiere di Roma Imperiale, acquistata negli anni ‘60.