di Andrea Gianni Valerio Ciardi, agente di rampa a Linate dagli anni ’90, può contare sulle dita di una mano i giorni di lavoro da quando è scoppiata la pandemia. "Il primo gennaio, il 31 agosto, il 14 settembre e il 18 ottobre – elenca – per il resto, sempre a casa in cassa integrazione". La sua collega Carmen Maturo è uno dei pochi dipendenti di Airport Handling ancora in servizio, per quattro giorni alla settimana. Si occupa di assistenza a passeggeri con problemi di mobilità, nella “sala amica“ che ha visto crollare il passaggio a poco più di dieci persone al giorno, dalle...

di Andrea Gianni

Valerio Ciardi, agente di rampa a Linate dagli anni ’90, può contare sulle dita di una mano i giorni di lavoro da quando è scoppiata la pandemia. "Il primo gennaio, il 31 agosto, il 14 settembre e il 18 ottobre – elenca – per il resto, sempre a casa in cassa integrazione". La sua collega Carmen Maturo è uno dei pochi dipendenti di Airport Handling ancora in servizio, per quattro giorni alla settimana. Si occupa di assistenza a passeggeri con problemi di mobilità, nella “sala amica“ che ha visto crollare il passaggio a poco più di dieci persone al giorno, dalle 100-130 in epoca pre-Covid. "Lavoro qui da 31 anni – racconta – e questa è la crisi peggiore. Cerchiamo di fare del nostro meglio ogni giorno, ma devono darci garanzie sul nostro futuro". Carmen, guardando al passato, ha vissuto fasi critiche per il trasporto aereo come il post 11 settembre, e il tormentato passaggio da Sea Handling ad Airport Handling. Ora lavora in un aeroporto vuoto, dove operano poco più di dieci voli giornalieri, fra negozi con le saracinesche abbassate e “fantasmi“ che si aggirano per gli spazi deserti. Uno scalo riaperto troppo frettolosamente dopo il pressing della politica, con costi per garantire il funzionamento della complessa macchina che ogni giorno si scaricano su Sea e quindi sulle casse del Comune di Milano. "Il fatto che ci facciano tenere aperto l’aeroporto di Linate – ha spiegato l’assessore al Bilancio Roberto Tasca – è un disagio che ci viene provocato e che ci dovrà essere stornato". Sul tavolo c’è la questione occupazionale, con migliaia di posti di lavoro a rischio anche nell’indotto e una tabula rasa che potrebbe portare a condizioni peggiori per quelli che restano.

Una prima crisi è già scoppiata con la scelta di Alitalia di gestire in proprio una parte delle attività a Linate prima affidate ad Airport Handling. Una scelta dettata dal risparmio di costi che secondo i sindacati impatta su oltre 250 lavoratori della società esterna, ora in cassa integrazione, come l’agente di rampa Valerio Ciardi, che assieme ai colleghi ha avviato una battaglia per tenere alta l’attenzione. "Chiediamo un incontro urgente al prefetto – spiega Andrea Orlando, segretario generale del sindacato Flai Trasporti - anche perché il contratto fra Alitalia e Airport Handling scadrà a fine dicembre ed è indecente il silenzio della compagnia aerea. In questa situazione potrebbe avere una sua logica una nuova chiusura di Linate - prosegue - ma bisogna trovare un punto di equilibrio, perché dopo mesi di cassa integrazione i lavoratori sono stanchi". Sul tavolo c’è il tema della clausola sociale, per gettare le fondamenta del post-Covid. Il sindacato di base Usb attacca gli "accordi per incentivare gli esodi agevolati" nel settore aeroportuale. Intanto i pochi lavoratori rimasti ogni giorno entrano in servizio in uno scalo deserto mentre gli i colleghi restano a casa, guardando a un futuro sempre più nero.