di Nicola Palma Due ragazzi sotto tiro di una pistola, inginocchiati sulle scale di un condominio. È la scena, mai raccontata prima, che nel dicembre 2016 si ritrovarono davanti i carabinieri, chiamati proprio dall’uomo armato per segnalare gli intrusi nello stabile in cui abita a Milano. Agli investigatori bastò poco per appurare che i giovani non erano pericolosi criminali, bensì inoffensivi militanti di "Lotta comunista" che stavano facendo il consueto porta a porta per proporre agli inquilini dell’edificio l’acquisto del giornale. Così il nome del padrone di casa, l’imprenditore...

di Nicola Palma

Due ragazzi sotto tiro di una pistola, inginocchiati sulle scale di un condominio. È la scena, mai raccontata prima, che nel dicembre 2016 si ritrovarono davanti i carabinieri, chiamati proprio dall’uomo armato per segnalare gli intrusi nello stabile in cui abita a Milano. Agli investigatori bastò poco per appurare che i giovani non erano pericolosi criminali, bensì inoffensivi militanti di "Lotta comunista" che stavano facendo il consueto porta a porta per proporre agli inquilini dell’edificio l’acquisto del giornale. Così il nome del padrone di casa, l’imprenditore settantaquattrenne e console onorario in Italia di El Salvador Enrico Massimo Carle, finì in un’annotazione di servizio inviata dai militari della Compagnia Duomo alla Questura; da via Fatebenefratelli, il report dell’intervento fu inoltrato alla Prefettura per le valutazioni relative al porto d’armi per difesa personale. Dopo sei mesi di istruttoria, i funzionari di Palazzo Diotti disposero la revoca del libretto di porto d’armi, comunicando la decisione al diretto interessato il 6 settembre 2017. Come emerge ora da una sentenza del Tar, Carle ha presentato ricorso contro quel provvedimento.

I legali dell’uomo hanno sostenuto in udienza la teoria del "difetto di reale motivazione" della revoca del porto d’armi, sostenendo che "la Prefettura e la Questura non avrebbero considerato che già l’ingresso nel condominio da parte dei due ragazzi avrebbe consumato il reato di violazione di domicilio"; di più, il padrone di casa "avrebbe avuto il sospetto di un tentativo di furto in abitazione". E ancora: il ricorrente ha paventato un "abuso di potere per violazione della normativa in relazione agli agenti e corpo diplomatico estero", sostenendo che il Manuale sul trattamento riservato al corpo diplomatico accreditato presso la Repubblica italiana contemplerebbe l’obbligo di rilasciare il porto d’armi ai consoli (anche se onorari) "a prescindere dall’esistenza o meno dei requisiti soggettivi". Una tesi sconfessata dal collegio presieduto da Domenico Giordano, che ha chiarito in primo luogo che il citato Manuale "non costituisce fonte di diritto", essendo una mera guida avente "lo scopo di assistere le missioni diplomatiche e quelle speciali, gli agenti diplomatici, le organizzazioni internazionali in Italia e i loro funzionari e il personale consolare nello svolgimento dei loro compiti istituzionali".

Nel merito, i giudici hanno condiviso in pieno l’impostazione della Prefettura, che ha ritenuto "che l’uso dell’arma in quella occasione non fosse stato né legittimo né giustificabile e che la condotta tenuta dal ricorrente non fosse stata contraddistinta da quella particolare responsabilità e affidabilità richiesta per il possesso del porto d’armi per difesa personale". Anzi, il comportamento tenuto dall’imprenditore è stato valutato "come un indice sintomatico del pericolo di abuso delle armi, in concreto posto in essere". Conclusione: niente pistola.