Dino Meneghin
Dino Meneghin

Varese, 17 gennaio 2020 - Dino Meneghin, monumento della pallacanestro italiana, domani compie 70 anni. Ma sulla torta non vuole alcun segno a ricordargli il traguardo raggiunto. "Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell’invecchiare (ride, ndr). E poi se mettessero tutte quelle candeline mi servirebbe un phon".

Cifra tonda. Tempo anche di fare un bilancio come uomo?
"Ho vissuto la mia vita parallelamente alla carriera sportiva. Il basket mi ha permesso di girare il mondo, conoscere persone, e condividere il mio bagaglio d’esperienze. Sono pienamente soddisfatto, non potevo chiedere di meglio".
Il ritiro della maglia da parte dell’Olimpia Milano è stato un regalo anticipato?
"Un riconoscimento speciale concesso a pochi. Sarò eternamente grato a Giorgio Armani, al presidente Leo Dell’Orco e al coach Ettore Messina. Aver rivisto tanti miei compagni mi ha fatto piacere".
Che altro vorrebbe in regalo?
"Guardo alla serenità della mia famiglia, quindi non ho bisogno di nulla".
La ‘sua’ Varese sta celebrando Sant’Antonio. Che desiderio scriverebbe nel biglietto da bruciare nel falò?
"Una frase che mi ripeteva sempre mio zio. ‘Salute, soldi e tempo per spenderli’. Arrivava da un periodo durissimo per il nostro Paese e sapeva bene quali erano le cose che contavano realmente".
Come convive con l’affetto che le dimostra la gente?
"La cosa bella è che ancora adesso girando per Milano, per le stazioni italiane o in qualche aeroporto mi trovo avvicinato da persone di diverse generazioni. Se vengono a dirti che si ricordano di come da bambini venissero a vedermi giocare significa che qualcosa ho lasciato. È una grande soddisfazione".
Lei, simbolo di longevità, ha giocato contro suo figlio...
"Ricordo la sensazione che provai nel vedermi di fronte Andrea. Mi fece sentire immediatamente vecchissimo: avevo 40 anni. Lo guardavo zompettare sul parquet ed ero orgoglioso. Perché quel posto se l’era guadagnato non per il cognome, ma per la sua bravura. Vissi quella sfida più intensamente io. Lui aveva la freschezza dei 16 anni dalla sua".
Che ricordi ha della sua ultima gara?
"Milano-Verona del ’94. Venimmo eliminati dai playoff. Decisi di smettere alla sirena. In quella ventina di metri che separava il campo dagli spogliatoi, nel tunnel, capii che le idee erano troppo più veloci delle gambe. Allenarsi per restare competitivi oltre i quarant’anni era duro, preferivo smettere. Lo feci nonostante l’ulteriore anno di contratto e non mi pentii mai".
Ha mai pensato al treno ’perso’ per la Nba?
"Fui scelto da Atlanta e lo venni a sapere dai giornali, nessuno mi aveva mai avvisato che potessi essere inserito nel draft . Ricevetti un invito per la Summer League dai Knicks nel ’74 ma arrivavo dall’infortunio al menisco. Non ho rimpianti perché non sono mai stato nelle reali condizioni di provare gli Usa".
Cosa si augura per il Dino Meneghin del futuro?
"Sono arrivato a un’età in cui non faccio progetti. Vivo non alla giornata, ma alle 48 ore. Se fino a 10 anni fa mi piaceva guardare avanti, ora penso solo alla mia famiglia".