Cheickna Hamala Diop
Cheickna Hamala Diop

Milano, 13 luglio 2020 -  «Se tornassi indietro rifarei tutto: spero solo che tante altre persone possano trovare il coraggio di denunciare". Cheickna Hamala Diop è ancora senza un lavoro, da quando lo scorso 4 maggio ha ricevuto la lettera di "licenziamento in tronco" da parte della cooperativa Ampast, che fornisce personale all’Istituto Palazzolo-Don Gnocchi. Operatore socio sanitario, 25 anni, è uno dei lavoratori che aveva denunciato l’istituto milanese per la terza età per diffusione colposa di epidemia, facendo così scattare l’indagine della Procura sui contagi. La Fondazione Don Gnocchi aveva esercitato "il diritto di non gradimento nei confronti della cooperativa, ritenendo la presenza di alcuni dei loro lavoratori all’interno della struttura incompatibile e inopportuna" perché sui media avevano "espresso giudizi gravi e calunniosi". Per Hamala Diop è scattato anche il licenziamento. E il ricorso presentato dai suo legali, gli avvocati Romolo Reboa, Roberta Verginelli e Gabriele Germano, verrà discusso oggi davanti giudice del lavoro.

Come è cambiata la sua vita?
"Quello che è successo mi è servito per maturare, acquisire maggiore consapevolezza. All’atto pratico adesso sono senza lavoro e senza redditi, vivo con i miei genitori e i miei fratelli ma ho spese come il finanziamento dell’auto da pagare. Non posso gravare sulla mia famiglia. Sto facendo girare il mio curriculum ma finora non ho ricevuto risposte, non so se per la crisi economica o per il fatto che le aziende lo cestinano quando leggono il mio nome".

Che tipo di lavoro cerca?
"Un po’ in tutti i campi, dai negozi alla contabilità aziendale. Mi piacerebbe però tornare a lavorare nell’assistenza agli anziani, perché l’ho sempre fatto con passione. Non al Don Gnocchi, però, perché che mi renderebbero la vita impossibile. Nella mia vita non ho mai avuto problemi, in quasi 3 anni al Don Gnocchi mai un richiamo".

Rifarebbe la scelta di denunciare?
"Sì, non ho alcun dubbio. Non mi sono mai piaciute le ingiustizie e la nostra denuncia, anche a mezzo stampa, è stata importante perché da allora altre persone in altre Rsa hanno avuto il coraggio di farsi avanti".

C’è stato un episodio specifico che ha fatto scattare questa sua decisione?
"In quei giorni è successo tutto così in fretta...Da metà marzo la situazione è degenerata, i colleghi che facevano il tampone erano tutti positivi, e così anche i pazienti. Il 26 febbraio una dirigente ci ha detto di non mettere le mascherine per non spaventare l’utenza, sono stati commessi tanti errori".

Lei è rimasto anche contagiato. Ha ancora danni fisici?
"Mi è rimasto un dolore alla schiena ma nel complesso sto bene. Sono stato a casa tre mesi, avevo la febbre a 37.5, dolori, la testa mi pesava. Ora il tampone è negativo. Sto ancora aspettando i 370 euro dell’infortunio e attraverso la Cgil sto cercando di ottenere da Ampast il pagamento di alcuni arretrati".

Chi le è stato vicino?
"Gli amici, i parenti e alcuni colleghi. I pazienti qualche volta mi scrivono. Ho sempre fatto questo lavoro con il cuore, loro si sono affezionati a me come io mi sa loro,come un nipote".

La commissione sul Trivulzio ha evidenziato “l’assenteismo” dei dipendenti. Che cosa ne pensa?
"Penso che noi Oss siamo da sempre considerati le ultime ruote del carro, e quando le cose vanno male la strada più semplice è dare la colpa ai lavoratori. Spero che le cose cambino".