Polizia postale
Polizia postale

Milano, 15 gennaio 2021 - La cacciatrice di pedofili. Anna - non è il suo vero nome - è da dieci anni un’operatrice sotto copertura della Polizia Postale di Milano. Uno dei quindici agenti della Squadra Informatica per la Tutela dei Minori che opera in Lombardia. Possiamo solo aggiungere, per tutelarne il necessario anonimato e la sicurezza, che ha 34 anni ed è madre di un bimbo piccolo. Chi come lei combatte la pedopornografia online ha non solo il compito di setacciare foto e video di depravazione nel dark web e nelle chat, ma anche di fingere di condividere le abiezioni dei pedofili, per risalire alla loro vera identità e poterli inchiodare alle proprie responsabilità. Fra le varie indagini a cui ha partecipato, anche l’operazione «Luna Park», la più imponente negli ultimi anni contro diffusione e detenzione di materiale pedopornografico. Ha richiesto due anni di lavoro sotto copertura nel web. Sono state così smantellate lo scorso dicembre 16 associazioni criminali che operavano su chat di WhatsApp e Telegram: 432 i presunti pedofili individuati nel mondo, di cui 81 italiani, incluso un ottico di 71 anni che collaborava con l’università. Definire agghiaccianti i video sequestrati - 55mila se includiamo anche le immagini - è un eufemismo: ci sono neonati vittime di torture e abusi e bambini costretti a rapporti sessuali con animali. Per stanare il male si deve fingere un maschio pedofilo. 

È così?
«Sì. Sul web gli operatori sotto copertura hanno un’identità fittizia. Il primo scoglio è riuscire a farsi invitare nelle chat illegali che chiudono in modo repentino e riaprono con un altro link. È importante non perdere la traccia per continuare a rimanere nel giro».

Esiste un identikit del pedofilo medio?
«Il fenomeno criminale è trasversale. L’età può oscillare fra 18anni a oltre 70 anni, di qualunque regione. Sono operai, impiegati, professionisti». 

Si nasce pedofili o si diventa?
«Molti arrestati hanno raccontato di essersi imbattuti per caso nei video e di aver scoperto di avere un interesse che si sviluppa in modo ossessivo. Per altri dura da decenni».

Quali accorgimenti usano per non farsi riconoscere?
«La maggior parte utilizza sim intestate a soggetti che non c’entrano nulla con la condivisione del materiale pedopornografico. La parte più difficile per chi conduce le indagini è proprio scoprire l’identità di chi opera davvero».

E come si fa a carpirla?
«Un agente sotto copertura è dotato di un ampio bagaglio di conoscenze tecnico-informatiche. Fondamentale poi l’intuito del poliziotto».

Dove vengono registrati i video pornografici con minori?
«In genere nei Paesi all’estero dove le leggi contro la pedofilia sono meno repressive».

Come la Thailandia?
«Sì»

E in Italia?
«Se capiamo che i video sono registrati nel nostro Paese adoperiamo un’attenzione particolare e cerchiamo in tutti i modi di identificare e tutelare la vittima. A volte ci riusciamo».

Essere madre non la espone a una maggiore vulnerabilità emotiva?
«Al contrario. Tornare a casa e giocare con il mio bambino che ha il volto felice e innocente, a differenza di quelli tristi e indifesi dei video, mi aiuta un po’ a staccare».

Cos’altro la aiuta?
«Tutti gli operatori sotto copertura possono contare su un supporto psicologico, seguendo linee guida per “smaltire“ mentalmente il materiale visionato. Si pratica yoga, si passeggia nella natura. In genere sono tecniche che funzionano. Ma