Tamponi ai bambini
Tamponi ai bambini

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Dopo tosse, raffreddore e vomito erano spuntate alcune macchie strane sul corpo: «Sospetto morbillo», si pensò subito. E invece quel bimbo residente nella provincia di Milano era stato “attaccato” dal Covid-19 già alla fine di novembre del 2019. Tre mesi prima del “paziente uno” di Codogno. Le prove ci sono e non sono anticorpi ma l’Rna virale trovato nel campione prelevato – con tampone oro-faringeo – per scongiurare il morbillo. A dimostrarlo lo studio pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases, coordinato dalla professoressa Elisabetta Tanzi e condotto nel Laboratorio della Statale di Milano accreditato Oms per la Sorveglianza di Morbillo e Rosolia (MoRoNET). A comunicare i risultati è Gian Vincenzo Zuccotti, presidente del Comitato di direzione della Facoltà di Medicina e Chirurgia e Pediatria. 

Professor Zuccotti, si riscrive così la diffusione della pandemia in Italia?
«Un risultato reso possibile grazie all’esistenza del sistema di sorveglianza per il morbillo, coordinato dalle professoresse Elisabetta Tanzi e Antonella Amendola: quando ci sono casi sospetti di morbillo, segnalati dai pediatri o in pronto soccorso, i bambini vengono sottoposti a tampone oro-faringeo. Si estrae Rna per individuare la presenza del morbillo, ma anche in sua assenza si conserva il materiale che viene prelevato, in modo da recuperarlo qualora ce ne fosse bisogno».

E ce n’è stato bisogno sì.
«A dimostrazione dell’importanza di avere sistemi di sorveglianza, che molte volte sono sotto-finanziati o smettono d essere finanziati. Un grosso danno. Questo esempio ci dimostra che simili situazioni potrebbero ripetersi in futuro. Dobbiamo essere pronti. Per il controllo delle malattie infettive, e anche in casi di emergenze pandemiche, implementare la sorveglianza virologica a livello territoriale può essere una strategia». 

Per scovare il paziente uno, che non è più Mattia di Codogno, siete andati a ritroso nel tempo. Su che periodo vi siete concentrati?
«Abbiamo iniziato a interrogarci con i primi bambini colpiti dal Covid, anche in Cina, che manifestavano rash cutanei. E non era così infrequente. Perché l’infezione da SARS-CoV-2 può dar luogo a sindrome Kawasaki-like e a manifestazioni cutanee, spesso comuni ad altre infezioni virali. Da qui è nata l’idea di recuperare dai frigoriferi il materiale conservato e processato per escludere i casi di morbillo fra ottobre 2019 e gennaio 2020 in modo da scoprire se qualcuno di questi fosse positivo al SARS-CoV-2-RNA».

Risultato?
«Abbiamo individuato 39 tamponi e, attraverso l’indagine molecolare, ci siamo trovati davanti a questo Rna sovrapponibile al 100% alla sequenza isolata a Wuhan per la prima volta. Era di un bambino di 4 anni che il 21 novembre aveva manifestato tosse, raffreddore, febbre e poi anche un’esantema».

Non era di Codogno.
«Questa famiglia vive nel Milanese, nei dintorni della metropoli. E né il piccolo né i genitori avevano viaggiato nei giorni precedenti».

Il virus in Italia circolava già a novembre. Forse anche prima?
«Andare indietro è più difficile. Certo il nostro studio dimostra come il virus abbia impiegato qualche mese per diffondersi in un certo modo e manifestarsi in maniera esplosiva a fine febbraio. All’inizio erano formule più subdole quando ha iniziato a circolare, la virulenza è poi aumentata».

Da pediatra, c’erano stati campanelli d’allarme in quei mesi?
«Diversi pediatri del Buzzi, tra dicembre e gennaio, avevano segnalato molte polmoniti interstiziali che non riuscivano a catalogare. C’è stato poi anche l’importante studio dell’Istituto dei Tumori sugli anticorpi trovati prima del ’paziente uno’. Torniamo su quelle osservazioni, ora con un Rna virale però. La prova».