Gina Portella, una vita in prima linea per Emergency:
Gina Portella, una vita in prima linea per Emergency:

Milano, 27marzo 2020 -  Di guerre da combattere senza armi ma con professionalità e umanità, Gina Portella, 54 anni, medico anestesista rianimatore e coordinatrice del gruppo medico di Emergency, se ne intende. Dall’Afghanistan al Sudan, si è trovata faccia a faccia con centinaia di emergenze dal 2005 in poi curando anche persone affette da ebola. Ora si è messa al servizio con i colleghi per contrastare il coronavirus in Lombardia.

Quali sono le differenze, nel trattare ebola e coronavirus?

"Nel caso del virus ebola, l’infezione era subito evidente, i pazienti ‘contagiosi’ avevano sintomi precisi e potevano essere subito isolati. Peraltro continuavamo a garantire nel nostro centro della Sierra Leone le cure anche per tutto il resto, separando le aree. Al triage si presentavano 300 bambini ogni mattina. Gli affetti da coronavirus, invece, non hanno sintomi chiari. Il Covid-19 è molto contagioso, la mortalità è più bassa rispetto all’ebola ma non c’è un segnale che permetta subito di identificare un paziente affetto e infettante. E non sappiamo se è contagioso dal momento in cui ha i sintomi o anche prima. Per questo il virus si è potuto diffondere liberamente, senza che il sistema sanitario potesse correre ai ripari in tempo. Una persona poteva arrivare in pronto soccorso, supponiamo, con una gamba rotta, ma essere anche affetto da Covid e intanto contagiare altri. Operatori compresi".

Si sarebbe potuta contenere la diffusione? Ci sono delle colpe?

"Tutti noi siamo stati tratti in inganno, il virus ha un comportamento ambiguo. Ora in Africa ci sono stati i primi casi e, alla luce dell’esperienza fatta in passato e osservando quanto sta accadendo qui, stiamo dando indicazione di gestire le strutture come se fossero tutte potenzialmente infette o infettanti, attivando subito le misure di protezione".

Cosa fare per evitare il ritorno dei focolai, in futuro?
"Bisognerà ragionarci con epidemiologi e infettivologi. Ci vorrebbe un vaccino, o almeno mezzi per la diagnostica rapida".

Ricorda qualcuno dei pazienti che ha curato, malati di ebola?
"Ne ricordo decine. Qualcuno arrivato sulle sue gambe e morto in pochissimo tempo. Anziani che parevano spacciati ma che ce l’hanno fatta. Nel cuore mi è rimasta una ragazzina di 19 anni che continuava a peggiorare. E’ stata lei a spingerci a provare una terapia intensiva ‘più invasiva’: abbiamo provato e siamo stati fortunati".

Di cosa vi state occupando in Lombardia?
"Noi di Emergency supportiamo il nuovo progetto dell’ospedale alla Fiera di Bergamo".

A Milano?
"Siamo attivi con il ‘Progetto accoglienza’ collaborando con il Comune, dando supporto sanitario e formando gli operatori di centri in cui vengono accolti i senzatetto ma non solo. In più siamo in via Carbonia, nello stabile comunale messo a disposizione per chi non ha una casa e che deve restare in quarantena. Poi c’è il ‘Progetto domiciliarità’, con volontari che portano la spesa alle persone fragili e collaborano con i medici di famiglia".