Folla alle Colonne di San Lorenzo
Folla alle Colonne di San Lorenzo

Il ragazzo in bicicletta cambia spesso posizione. "Volete qualcosa?", chiede a una coppia di passaggio in via Pioppette. Venti minuti dopo, rispunta in piazza Vetra: jeans nero, camicia sgargiante, capelli rasati di fresco, vende hashish. Sono le 23.30 di venerdì, e alle Colonne di San Lorenzo ci sono 500 ragazzi mal contati: il coprifuoco è scattato da mezz’ora, ma nessuno sembra curarsene, compresi i gestori di alcuni ristoranti con annessi commensali comodamente seduti per l’ultimo calice di prosecco. Qui, nove giorni fa, un carabiniere ha sparato per due volte contro un pitbull per divincolarsi dalla sua presa; i colpi hanno ferito di striscio due ragazzi. E l’intervento si è concluso con un lancio di bottiglie contro le pattuglie che stavano portando via il ventunenne marocchino Choaib M., che aveva aizzato l’animale contro i militari e che poco prima aveva rapinato un ragazzo della collanina con lo stesso metodo intimidatorio. Un episodio che ha riacceso i riflettori su una zona già problematica prima della pandemia e che da un mese è diventato l’avamposto prediletto di chi vuole aggirare le regole o sfidarle apertamente.

Siamo tornati al Ticinese per capire se e come sia cambiata la situazione, ma non abbiamo trovato differenze degne di nota rispetto al viaggio della scorsa settimana: centinaia di giovani che bevono e ballano fino a notte fonda, come se il limite orario delle 23 (che avrà pure vita breve, ma che è ancora in vigore, e piuttosto rigorosamente osservato nel resto della città) fosse ormai un inutile orpello; esercenti che, in barba alle regole che la stragrande maggioranza dei colleghi rispetta, distribuiscono birre, cocktail e kebab fino alle 2 (incuranti persino degli agenti intervenuti a poche decine di metri per un’aggressione); spacciatori che presidiano l’area in gruppi; e un generale senso d’insicurezza da porto franco o terra di nessuno – fate voi – che aleggia sottotraccia ma si fa palpabile al rumore di un coccio che si frantuma o se ci si trova, all’improvviso, in un fuggi fuggi generato da chissà cosa. Lo racconta bene Marco, un ventenne napoletano in trasferta da Bologna per un weekend con gli amici: "Lì non ci vado, lì in mezzo non ci vado, ne ho visti troppi di casini del genere: basta uno sguardo sbagliato e sei circondato...", dice al coetaneo che vuole trascinarlo a tutti i costi sotto il porticato della Basilica. "Hai visto quello con la faccia coperta di sangue che ci è passato di fianco?" "Dai, si stanno divertendo tutti...".

Così, per non lasciarlo solo, alla fine Marco scorta l’amico al centro di una ressa che sul vocabolario del Covid potrebbe illustrare la voce "maxi-assembramento", e le mascherine alzate a coprire naso e bocca si possono contare sulle dita di una mano. Ragazzi giovani e parecchio su di giri, che si abbracciano, ballano a cerchio sulla musica sparata da casse portate a spalla come gli stereo dei loro genitori negli anni ’80, deambulano sorseggiando alcolici in bicchieri di plastica su un tappeto di lattine e bottiglie di birra spaccate; molte ragazze sono vestite come per andare in discoteca, quasi che quell’angolo tra le scale e il muro perimetrale della chiesa fosse diventato l’irrinunciabile surrogato del divertimento garantito fino a 15 mesi fa dai locali di corso Como e viale Alemagna. Intanto, in corso di Porta Ticinese i tram della linea 3 sono fermi sui binari, occupati da ambulanza e Volanti della polizia: l’allarme è scattato qualche minuto dopo la mezzanotte per un tedesco di 23 anni ferito alla testa e alla coscia; niente di grave per fortuna, andrà in verde al pronto soccorso del Policlinico. Gli agenti raccolgono le testimonianze degli amici sul marciapiedi; poco più in là un trentenne, bottiglia di vino in mano, urla senza mascherina a due centimetri dalla faccia del tassista che l’ha fatto scendere perché la strada è evidentemente bloccata.

Al solito bar all’incrocio con via De Amicis, sacchetti di bionde sbucano dalla saracinesca abbassata per metà e passano di mano in mano tra i ragazzi in coda; per chi preferisce i cocktail, c’è un locale di fronte a via Urbano III che smista Moscow mule e Cuba libre con la stessa regolarità. Il menu della trasgressione prevede pure il cibo: c’è il kebabaro che prende le ordinazioni in strada, con la foglia di fico di due sedie a sbarrare l’ingresso; il fast food che accoglie rider e clienti di passaggio senza distinzioni; il bar sudamericano con una decina di persone ammassate al bancone. È l’1.30, l’afterhour alle Colonne, ridotto a 200 irriducibili, sfarina tra comitive in partenza dopo l’ultima sigaretta e una ragazza disperata per il furto dello smartphone.

Sono gli ultimi scampoli di movida fuorilegge, la gente migra verso piazza XXIV Maggio in cerca di un taxi per tornare a casa (si spera). Finita? No, la festa continua nel parchetto di via Santa Croce: techno a tutto volume e urla da rave. E si ricomincia. Aspettando il "liberi tutti" della zona bianca, in calendario salvo sorprese il 14 giugno. Anche se la realtà dice altro: i divieti sono saltati da un pezzo. Almeno alle Colonne.