Gianni Biondillo (Fotogramma)
Gianni Biondillo (Fotogramma)

Bollate (Milano), 3 marzo 2018 - Ci sono storie che altrimenti non verrebbero raccontate. E che invece si dischiudono, acquistano dignità, vengono raccolte, incoraggiate da parte di chi per mestiere le inventa, queste storie. Gianni Biondillo, scrittore, ha le orecchie pronte e il cuore aperto per ascoltare «i perché» dei detenuti di Bollate, progetto promosso dall’associazione “L’Arte di vivere con Lentezza” e sostenuto da Mediobanca, in occasione di Tempo di libri che apre i battenti dall’ 8 al 12 marzo. Ideato per le scuole e incentrato su Dino Buzzati, coinvolge pure cinque istituti penitenziari.

A Bollate, il 21 marzo, l’aspettano trenta detenuti, alcuni con condanne pesanti. Molti hanno letto i suoi libri “Nelle mani di Dio“ e “L’Africa non esiste“, è pronto a portare la cultura in carcere?

«Sono anni che entro ed esco dal carcere.... no, a parte gli scherzi, sento che è un dovere civico. Anche per le cose che scrivo, racconto continamente il mio territorio, e non posso far finta che nella mia città ci sono cittadini che vivono una condizione di carcerati. Alcune storie nei miei romanzi sono vere, di persone ai margini, storie che ho incontrato per ragioni autobiografiche, per dove ho vissuto, per dove vivo. Supererò quelle sbarre ed entrerò in carcere in maniera umile: non vado a pontificare. Non ho certezze, anzi vado a chiedere loro risposte».

Cosa la colpisce di queste domande?

«Sono di incredibile maturità e consapevolezza. Mi fanno venire i brividi».

Perché non si riesce a superare il pregiudizio, chiedono?

«Viviamo in una società che ha fatto del pregiudizio la sua cifra politica. Viviamo di luoghi comuni, ci fanno comodo. Siamo tutti dentro la prigione dei nostri luoghi comuni, spesso chi vive dietro le sbarre li ha verso il mondo esterno».

Si legge poco e i giovani amano stare sui social...

«Non vedo i miei figli succubi degli strumenti tecnologici, non è tutto negativo o positivo ciò che viene dalla tecnologia. Dipende dalla proposta educativa di famiglia, scuola e società. Secondo me è più complicato leggere un libro...che usare i telefonini».

Da qui discende che...

«Per essere critici bisogna compredere la complessità che ci circonda senza cercare inutili scorciatoie. Ci rifiugiamo nelle province mentali, abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci dica cosa fare...».

Povertà e riscatto sono i temi forti sollevati dai detenuti.

«Sono cresciuto in una famiglia numerosa, a Quarto Oggiaro, so cos’è l’emarginazione. L’ho vissuta sulla mia pelle, solo attraversare il ponte andare nella città, diciamo un po’ più borghese... mi portavo dietro i miei pregiudizi e i miei vincoli mentali, avevo il terrore di raccontare in quale quartiere abitavo perché rischiavo subito una ghettizzazione automatica. I libri mi hanno salvato! Per troppo tempo abbiamo sacralizzato l’oggetto libro mentre oggi finalmente veicoliamo una cultura più domestica e solo così riusciremo ad abbattere le barriere. Anche in carcere».