Deborah De Palma (Newpress)

Milano, 6 luglio 2018 - Era stata promossa: basta piegar la schiena per pulire le aule e i bagni ‘mignon’ dell’asilo nido, per lei era pronta una bella scrivania: come collaboratrice avrebbe coordinato le commesse della Zona 8 del Comune di Milano e – in tempi di esternalizzazioni – conquistato il posto sicuro che l’avrebbe accompagnata alla pensione. Ma Deborah De Palma, milanese di 42 anni e mamma di due figli ormai grandicelli, ha scelto di remare contro corrente. Ha scritto lettere su lettere per chiedere solo una cosa: «Fatemi tornare a fare la bidella, fra i bimbi. È li che sono veramente felice. Qui sono nel posto sbagliato». Così dopo quattro mesi, in cui comunque ha lavorato sodo fra lacrime e forzati sorrisi, è riuscita a convincere chi strabuzzava gli occhi. Oggi è tornata nel suo nido a Quarto Oggiaro, nella periferia milanese. «Spesso ci danno dei fannulloni – sottolinea il sindacalista Orfeo Mastantuono del Csa – ma questa è la dimostrazione che tanti dipendenti pubblici lavorano col cuore». 

Deborah, per molti il lavoro in ufficio è una posizione ambita. Perché ha rinunciato alla carriera?
«Ho sempre lavorato nelle scuole. Ho cominciato a 21 anni e adesso ne ho 42. Non ho avuto un asilo nido fisso per tutta la mia carriera da bidella, ogni 5 anni si cambiava. Ma mi è sempre rimasto questo legame, questa voglia di stare in mezzo ai bimbi. È un ambiente stimolante, in contatto con insegnanti e genitori. Ti riconoscono per strada e ti salutano. La scrivania mi stava ‘stretta’. Non riuscivo nemmeno a definirmi segretaria, quasi mi vergognavo, perché non mi sentivo in quel ruolo. E neanche commessa comunale, come si dice adesso. Io sono bidella e ne vado orgogliosa».

Quando ha capito che sarebbe stato il lavoro della sua vita?
«Il mio sogno da bambina era fare la maestra d’asilo, poi per una serie di problematiche ho cominciato subito a lavorare. Ho iniziato a curare un bimbo di due anni. Poi mi ha assunto il Comune come bidella: ho capito che era quello che volevo. Mi alzavo col sorriso perché amavo il mio lavoro, ero comunque riuscita a restare nell’ambito dell’educazione dei piccoli».

Nonostante il contratto, oggi il suo è un lavoro precario?
«Sì, perché si tende ad appaltare tutto, a esternalizzare, è un mestiere che sta andando svanendo. Dal 1997, a Milano, non assumono più questa figura, ma continuo a credere che sia necessaria e non sia tenuta in giusta considerazione. È un mestiere bistrattato, ci sono tanti stereotipi da superare». 

Quando le hanno proposto la promozione come ha reagito?
«Mi sono messa in gioco, all’inizio. Mi sono data un po’ di tempo, ma perché non sono capace di dire di no. Tutti mi dicevano che era una grandissima occasione rispetto al lavorare al nido. Non è leggero l’asilo, è tutto all’altezza dei bimbi, la schiena ti parte... ma è la mia vita. Ho accettato per non far dispiacere altre persone, pensando fosse provvisorio». 

E invece la volevano lì in modo permanente.
«Quando è cambiato il nostro coordinatore di zona mi ha chiesto cosa ne pensassi di restare lì, stabile. Ero terrorizzata. Mi mancavano i bambini, i loro incomprensibili racconti nella loro strana lingua, la festa di fine anno, dove saluti con le lacrime agli occhi quei piccoli entrati neonati e usciti ‘ometti’. Insomma, quel legame che in una famiglia come il nido si crea. Entravo in ufficio con un finto sorriso, lavoravo sodo, ma poi uscivo triste. Sono tornata per una visita e un piccolino, nonostante fossi lontana da due mesi, si è ricordato il mio nome. Sono scoppiata a piangere. Sono soddisfazioni che chi fa altri lavori non può capire. Così ho scritto al coordinatore Mario Gatto». 

E finalmente è tornata al nido. Lo ha convinto. 
«Sì. Pazienza se le mie colleghe e amiche ancora mi ‘rimproverano’, mi dicono che sono ancora giovane e con quel ruolo mi sarei sistemata. Devo pensare al presente. Quei quattro mesi sono stati un’eternità. Non vedevo l’ora di tornare qui. Sono fiera di dire che faccio la bidella, mi rende felice»
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