Beppe Fiorello nella redazione del Giorno
Beppe Fiorello nella redazione del Giorno

Milano, 9 novembre 2018 - Fantasticherie di un “picciriddu”. In redazione al Giorno, Giuseppe (Beppe) Fiorello ha raccontato ieri come la musica di Domenico Modugno gli abbia segnato la vita, accompagnando prima i suoi sogni di ragazzo e poi le consapevolezze della maturità. Il percorso esistenziale raccontato sulla scena da “Penso che un sogno così...”, lo spettacolo scritto a due mani con Vittorio Moroni e diretto da Giampiero Solari che l’attore di Augusta replica stasera al Teatro San Luigi di Concorezzo per poi spostarsi domani e domenica agli Arcimboldi di Milano. “Più che uno spettacolo è un racconto, un pezzo di vita… con musica”, spiega Beppe Fiorello. “C’è stata un’estate in cui ho voluto mettere ordine nella mia vita e, invece di andare dall’analista, mi sono messo a scrivere; no, non di Modugno, ma della mia vita. E di mio padre che m’aveva però cresciuto nel mito delle sue canzoni. Lo spettacolo nasce da questo racconto, ma poi parla, ovviamente, anche di Modugno”.

Chi l’ha introdotta in quel suo mondo blu, dipinto di blu?

«La moglie Franca è stata quella che m’ha raccontato più cose sul marito, ma alcuni ricordi sono arrivati pure da Renzo Arbore, dal produttore Claudio Bonivento, e da un amico di vecchia data come Tony Renis. Sul set e in scena ho portato un mio Modugno e Franca ha detto che forse non ero Mimmo, ma mettevo nelle cose il cuore proprio come faceva lui. Nella preparazione del personaggio, però, l’elemento d’identificazione più forte è stato mio padre; m’è mancato troppo presto e questo è probabilmente il motivo per cui metto un po’ di lui in tutto quel che faccio».

Perché, alla fine, non ha mai girato il seguito di “Volare”?

«Perché mi sembrava che quella prima parte così felice e poetica rappresentasse già da sola il tutto. Mi piaceva l’idea di finire questo ritratto con Modugno a braccia aperte sul palco di Sanremo mentre sembra voler abbracciare il mondo. Nel sequel avrei dovuto raccontare la parte più dolorosa della sua vita, quella della malattia, della morte. E io non volevo farlo morire. Comunque nessun no è definitivo. Quindi, mai dire mai».

Dopo una fiction, quattro stagioni e oltre quattrocento repliche non c’è il rischio di rimanere intrappolato nel mondo di Modugno?

«Lo interpreto e ne parlo molto perché Modugno è stato un pezzo importante della mia vita privata e professionale, ma faccio anche altro. Ho raccontato, ad esempio, la storia del sindaco di Riace, Domenico Lucano, in un film che al momento è in attesa degli sviluppi della sua situazione. La sua è una vicenda che l’attualità mi fa sentire molto vicina».

Quali sono le altre storie di oggi che intende raccontare?

«Sempre per RaiUno, ne ho appena interpretata un’altra con la regia di Nicola Campiotti: “Il mondo sulle spalle”. Quella di un imprenditore del Nord, Enzo Muscia, diventato il patron della ditta che l’aveva licenziato. Muscia è, infatti, l’ex operaio della filiale italiana di una grande azienda di riparazioni elettroniche riuscito nell’impresa di riscattare dalla proprietà francese l’impresa per cui lavorava e a farla ripartire salvando buona parte dei colleghi, 380 persone, che dall’oggi al domani s’era ritrovata in mezzo alla strada. Il Presidente della Repubblica ha nominato Enzo cavaliere del lavoro, mentre a me è sembrato giusto portare la sua storia alla gente».