Laboratorio di ricerca
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Milano, 19 gennaio 2019 - «Un miliardo di euro in più per la ricerca». Tanto potrà ottenere la Regione Lombardia dall’autonomia. Una somma che Fabrizio Sala, vicepresidente lombardo proprio con delega alla Ricerca, rende noto in un momento nel quale il percorso verso il trasferimento di poteri, funzioni e competenze dallo Stato alle Regioni sembra aver pericolosamente rallentato.

Sala, il dossier con le richieste autonomiste della Lombardia è sui tavoli romani da mesi ma, di rinvio in rinvio, l’ora del via libera non arriva mai. Febbraio sarà davvero il mese della svolta?

«È necessario che l’autonomia diventi realtà il prima possibile e nonostante alcune inevitabili preoccupazioni voglio essere ottimista e confidare nella scadenza di metà febbraio. Quello dell’autonomia è un passaggio importante per riconoscere alla Lombardia, al Veneto, all’Emilia Romagna e a tutto il Nord il ruolo di traino rivestito nel Paese».

Quali sono, esattamente, le sue preoccupazioni?

«In fatto di autonomia il problema sono i Cinque Stelle di Roma. Sono loro che stanno complicando il percorso. La Lega è determinata a raggiungere l’obiettivo, noi di Forza Italia siamo altrettanto determinati, la Giunta regionale di Attilio Fontana si sta a sua volta muovendo con grande decisione e competenza, mentre il Movimento 5 Stelle ha un atteggiamento ambiguo: in Lombardia è concretamente a favore della delega di poteri, evidentemente perché ha imparato a conoscere la realtà della regione, ma a livello nazionale, come dicevo, fa da freno».

Per quale ragione sostiene che l’autonomia porterà in dote alla Regione un miliardo di euro in più per la ricerca?

«Quel miliardo di euro sarà attinto dai fondi europei. Una volta ottenuta l’autonomia, Regione Lombardia potrà interloquire direttamente con l’Unione Europea sui fondi relativi alla ricerca e ottenere, secondo le nostre stime, almeno 5 volte di più di quanto non si ottenga oggi per effetto di una ripartizione iniqua, da parte dello Stato centrale, dei trasferimenti comunitari».

Quali altre ricadute positive avrà l’autonomia sulla ricerca e sull’Università?

«L’altro aspetto al quale teniamo parecchio è creare la figura professionale del ricercatore d’impresa. Oggi chi fa ricerca nel settore privato non ha un inquadramento contrattuale da ricercatore ma viene assimilato ad altri profili, spesso quello dell’impiegato. E questo comporta ovvie penalizzazioni. La Regione, ottenuta l’autonomia, potrà procedere per proprio conto a creare questa professione senza attendere che sia lo Stato a farlo coi suoi tempi, decisamente lunghi. Stesso discorso vale per le facoltà universitarie. Oggi prima che si possa istituire una nuova facoltà negli atenei devono passare 7 anni, un periodo di tempo eccessivo in un mondo dove il fattore velocità è decisivo. Un esempio: il business dei “big data” è realtà da anni ma da noi stiamo ancora aspettando la prima facoltà universitaria tematica».