Milano, 11 gennaio 2017 - Il picco è atteso è atteso nel 2019, quando si prevede che oltre 450 lombardi s’ammaleranno di mesotelioma: il tumore da amianto ha un’incubazione di 40-50 anni, e gli anni ’70 del Novecento sono stati il periodo di maggior uso. Le stime parlano di 11.274 malati al 2029, contati però dal 2000, quando è partito il Registro dei mesoteliomi della Lombardia.

In 18 anni 6.343 casi trattati (ma occorre qualche anno per consolidare i dati), il 30% del totale italiano e, per un tumore raro, casistica rilevante a livello mondiale. Il Registro è al Policlinico di Milano, Padiglione Devoto, nella Clinica del lavoro più antica del mondo (1906). Previsto per legge e solo in teoria finanziato dallo Stato. Tre stanze a pianterreno, pile di fascicoli. «Il mio lavoro è tanta carta: va tenuta per i procedimenti penali, e perché sono dati preziosi, qui facciamo anche ricerca», dice l’epidemiologa Carolina Mensi, responsabile del Registro dal debutto, anche se è assunta dal 2013. Se ne occupa - del Registro che dal 2008 include quello dei tumori professionali delle cavità nasali e dei seni paranasali, e dal 2014 è diventato Cor, Centro operativo regionale che coordina per la Lombardia tutta la ricerca attiva sui tumori a possibile origine professionale - insieme a una segretaria e a una biologa a contratto, pagate coi fondi per la ricerca. Sotto Natale l’epidemiologa era lì ad aggiornare le statistiche e renderle disponibili non solo in ambito scientifico, ma per qualunque cittadino: «Non possiamo permetterci di perdere neppure un caso». Ogni ospedale e clinica in Lombardia, quando s’imbatte in un malato di mesotelioma, è tenuto a segnalarlo, «noi poi facciamo verifiche di completezza su tutte le fonti: una volta l’anno sui ricoveri dei lombardi, anche fuori regione, e la mortalità; ogni cinque-sei mesi con le Anatomie patologiche». Per ogni caso si verificano le cause, «ed è una corsa contro il tempo: purtroppo, da quando il tumore si manifesta, i malati vivono in media meno di un anno. E noi dobbiamo parlare con loro». Perché sì, «la causa fondamentale è l’amianto, ma il punto è dove l’hanno respirato. La maggior parte al lavoro, ma c’è anche l’esposizione familiare, quella ambientale, quella nel tempo libero». C’è un questionario, uguale in tutta Italia: il Registro lombardo non è riuscito a somministrarlo (perché il paziente ha rifiutato, o è morto senza parenti) solo nel 4,9% dei casi (la media nelle altre regioni è del 23%).

Non si si tratta solo di contare i morti: «A chi è stato esposto al lavoro l’Inail corrisponde un indennizzo mensile che passa al coniuge dopo la morte, i casi non esposti al lavoro con diagnosi dal 2015 hanno diritto a un riconoscimento forfettario dal Fondo vittime amianto. È importante». Ed è importante anche per i Paesi che, a differenza dell’Italia che l’ha fatto con una legge del 1992, non hanno ancora bandito l’amianto. Dal Kazakistan a Cina e India, ma anche al Canada, che fino al 2016 ha continuato a esportare il crisotilo, «l’“amianto bianco” spacciato come non pericoloso dall’industria: falso, sarà meno cancerogeno di altri tipi di amianto ma lo è pure lui». In Brasile, che l’ha messo fuorilegge da qualche giorno, Mensi e il suo collega Dario Consonni della Clinica del lavoro hanno concluso un progetto di tre anni con la Facoltà di Scienze infermieristiche dell’Università federale del Paranà: il metodo del Registro è stato adattato alla realtà locale. «Produrre dati è il primo passo per creare una coscienza collettiva, se non ci sono dati è come se il problema non ci fosse».