Milano, 27 maggio 2015  - «Malvagità umana», nel segno di quella «banalità del male» che scomoda Hannah Arendt e ben altre storiche crudeltà. Una malvagità pura, senza malattia mentale (come da perizia psichiatrica che la esclude), ma in un incastro malato che mette il sesso al centro, segna il ripetuto (due volte) lancio di acido addosso a Pietro Barbini. L’ex compagno del Parini di Martina Levato, l’ex flirt sessualmente rispolverato e usato per rivalsa nei confronti dell’amante di lei, l’Alexander Boettcher che andava con le amiche di lei, lei presente. Tutto banale, in effetti. E crudele.

Quindici anni di galera. Richiesta netta, condanna probabile. Lei, arrotondata e addolcita dalla gravidanza, scoppia in lacrime. Ed è la prima volta. Lui, chiuso nella sua introversione guascona, arrossisce, la faccia incrinata che fa finta di niente. Ma non è niente. La requisitoria è impietosa a tutto tondo. Qualifica i due colpevoli beccati in flagrante, bacchetta una perizia psichiatrica che giunge a esiti prevedibili e previsti (e che si preoccupa non ci sia, con la divulgazione, “violazione del copyright”), e non fa sconti, umanamente parlando, manco alla vittima. Qui è una sola, Pietro Barbini, lo studente 22enne di Oxford così orrendamente sfregiato il 28 dicembre dal clan dell’acido - Levato, Boettcher e il complice Andrea Magnani -, come ultimo di una serie che prevedeva altri trofei. Il pubblico ministero Marcello Musso racconta in due ore il serial dell’acido, dei «riti purificatori» per cui si innesta una moviola su chi con Martina ha fatto sesso e va punito prima col coltello e poi col muriatico, e che davanti alla nona sezione penale si riduce al processo in rito abbreviato solo per Levato e Boettcher (Magnani finisce nel filone successivo in aula dal 6 luglio con al centro gli altri tre assalti del clan).

E son 15 anni tondi quelli che vuole Musso. Tutte le aggravanti, nessuna attenuante, a parte il terzo di sconto previsto dal rito abbreviato. Contro Pietro Barbini non si commette «un unicum, un grave ma singolare e irripetibile episodio, e ciò non solo in forza del dolorosissimo precedente del caso Savi (il ragazzo sfregiato per un errore di persona, ndr), non solo in forza dei nomi segnati sui biglietti (gli altri target del clan, ndr)». Ma «forse e banalmente perché i due si comportano così, per la “banalità del male” come da Hannah Arendt». L’aggravante della premeditazione «deve sanzionare la manifesta espressione di malvagità umana, tali da spingerli a organizzare l’agguato proditorio». I motivi abietti «sono certamente espressione di un sentimento spregevole... ragioni di rivalsa, di spirito punitivo, di morboso desiderio di “purificare” o “lavare” la coppia da precedenti rapporti». L’aggravante dell’uso di corrosivi, l’acido solforico, e quella del numero delle persone. E la crudeltà di chi butta per ben due volte addosso al giovane acido (Pietro ha subito 14 interventi), che prosegue con l’inseguimento col martello da parte di Boettcher. Ciò che il pm chiede ai giudici è «riconoscere che nel pomeriggio del 28 dicembre in via Giulio Carcano si registra l’esplosione di una ferocia tanto inaudita quanto immotivata».

Già i motivi. C’è un’ampia disamina dell’accusa su quel Risiko in cui la vittima si infila, in mezzo a Martina e Alexander. Lo scambio dei tanti sms fra Martina e Pietro, sono «reciprocamente feroci, crudi», «esprimono stati emotivi di ripicca», vi «ricorrono concetti rabbiosi di rivalsa e di punizione». E testimoniano, secondo il pm, «espressioni di massima malvagità» anche «da parte del Barbini». Quando il ragazzo rivela a lei che Alexander gli riferisce le pratiche sessuali a cui la induce, quando Martina lo insulta sulle sue doti, lui - sottolinea il pm - la minaccia: «Allora non ci sono problemi se lo dico a un po’ di gente del Parini... e magari faccio vedere il video». «Si tratta di una condotta molto grave», che - pur non definibile come provocazione perché si realizza sei mesi prima «dell’ingiustificabile aggressione di inaudita gravità, enormemente sproporzionata rispetto alle reciproche cattiverie verbali» - il tribunale è invitato a considerare nel valutare «l’aggravante dei motivi abietti». L’avvocato di parte civile, per Pietro e i genitori, Paolo Tosoni, non si adegua alla richiesta d’accusa: la giudica «allineata al minimo» per reati così gravi da dover essere sanzionati con «pene esemplari». Lo si deve non solo a Pietro e alla sua famiglia, ma all’«intera cittadinanza». Un monito contro atti emulativi. E, nell’indicare i mali sofferti dal ragazzo, si va al quantum: danni da 2,8 milioni, di cui 1,2 di provvisionale immediatamente esecutiva.

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