Roberto Garro tra la mamma Anna Cremona e papà Angelo
Roberto Garro tra la mamma Anna Cremona e papà Angelo

Milano, 6 novembre 2018 - «Sono ancora toccato dalla telefonata ricevuta dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Ci vedremo la prossima settimana. Speriamo che finalmente si muova qualcosa». Anche gli Alpini hanno il loro caso Cucchi. Non la storia di un pestaggio, ma la morte misteriosa di quattro militari di leva avvenuta vent’anni fa. Eppure solo una di quelle famiglie da allora combatte nella convinzione di poter conoscere, prima o poi, la verità.

Angelo Garro, che ha sentito il ministro al telefono, e Anna Cremona sono i genitori di Roberto, morto appena 19enne a Gemona del Friuli, il 9 giugno 1998, in uno strano incidente stradale. Roberto era in auto con tre commilitoni durante la libera uscita. Vengono tutti richiamati in caserma. «Dopo ti spiego», dice alla mamma nell’ultima telefonata. Non sarà possibile, perché l’auto del collega su cui viaggia sbatte frontalmente contro un camion che ha sbandato. Quattro morti nemmeno ventenni, una tragedia. Ma è da quel momento che si susseguono le stranezze, per chiamarle così. Quando si precipitano in Friuli per il riconoscimento la mattina dopo, ai genitori di Roberto viene detto che per risparmiare lo strazio alle famiglie, i corpi sono già stati riconosciuti dai commilitoni. Poi i funerali, in forma più che riservata nel cortile della caserma, e l’ultimo viaggio della bara di Roberto fino a Milano non a bordo di un carro funebre ma su un furgone merci come quello dei mercati. La cosa peggiore è che nessuna indagine seria sull’incidente viene condotta, né dalla magistratura civile in Friuli né da quella militare. Eppure la Stradale ha messo a verbale una ricostruzione non comune di quanto avvenuto: non un normale schianto frontale ma una vera e propria esplosione.

Cosa c’era sul camion che si sarebbe scontrato con la Peugeot dei ragazzi? Non si è mai saputo, anche perché l’autista bosniaco se ne torna subito liberissimo in patria e il mezzo viene rispedito in Austria senza alcuna perizia. I genitori di Roberto hanno già cominciato la loro battaglia per la verità. Un passo decisivo sembra la riesumazione disposta dal pm milanese Fabio De Pasquale nel dicembre del 2000. «Il corpo di Roberto è rimasto quattro mesi all’Istituto di Medicina legale, ma non è servito a nulla. La relazione finale parlava di politraumatismo come causa della morte. Ma quello lo sapevamo già», racconta papà Angelo. Nessun tipo di analisi sulle possibili tracce di un’esplosione. «Il magistrato chiese al suo consulente tecnico di cercare quelle tracce, ma lo fece solo a voce in nostra presenza, senza metterlo per iscritto nel quesito. E il medico che avevamo incaricato come nostro perito di parte ci telefonò dopo qualche giorno: “Ma lasciate perdere...” disse, e rinunciò all’incarico. Era il dottor Bresciani, un amico che conoscevamo bene e che poi ha fatto carriera, è diventato assessore alla Sanità». Un po’ tutti quelli coinvolti in questa storia di alpini hanno fatto carriera, assicura papà Garro. Proprio come tra i carabinieri è successo per quelli toccati dalla vicenda di Stefano Cucchi.

Ma la riesumazione di allora, ad ogni modo, a qualcosa servì. I genitori videro di persona che il corpo di Roberto non era dilaniato (come avevano detto loro) ma intatto, anche se sporco di fango e chiuso indegnamente in un sacco di plastica senza neppure essere stato rivestito. I segni che portava non erano quelli di un incidente stradale ma di uno scoppio, chissà di cosa. E poi mancavano le cornee. «Ce ne siamo accorti subito – dice il padre – perché io e mia moglie siamo stati infermieri professionali al Policlinico per tanti anni. Non possiamo sbagliarci». Quasi vent'anni di lettere, di denunce e di proteste, da allora non sono servite a nulla. «Abbiamo avuto a che fare con cinque diversi ministri della Difesa. Niente. Anche alla ministra Trenta ripeteremo quello che chiediamo ormai da anni, dopo che il deputato radicale Maurizio Turco presentò nel 2009 un’interpellanza. E cioè una commmisione parlamentare d’inchiesta per fare luce sulla morte di nostro figlio. E poi – conclude Angelo Garro – insisteremo perché a livello legislativo venga equiparata, in materie di indennizzi, la sorte di chi è morto semplicemente in servizio con quella di chi è considerato “vittima del dovere” perché eseguiva un comando. Ci battiamo da vent’anni nel disinteresse quasi totale. Non smetteremo adesso».