La consegna dell’Ambrogino d’Oro da parte del sindaaco Paolo Pillitteri nel 1989;
La consegna dell’Ambrogino d’Oro da parte del sindaaco Paolo Pillitteri nel 1989;

Milano, 6 gennaio 2018 - «Gli ottant'anni di Celentano rappresentano un giro di boa per la musica, per Milano e anche per gli artisti della sua generazione». Claudio Ferrante, ex direttore generale dell’etichetta Carosello, è presidente e fondatore di «Artist First».

Com’era la Milano discografica negli anni del debutto del «Molleggiato»?

«Era il grande salotto della musica italiana, c’era fermento: c’erano artisti come Celentano, appunto, c’era la “Numero Uno”, l’etichetta di Battisti, c’erano le Edizioni Curci e c’era il mondo del talent scouting. Poi gli anni romantici di Ladislao Sugar. È cambiato tutto in modo così repentino. Oggi è un momento per certi versi più difficile, più veloce. Per quello dico che gli 80 anni di Celentano rappresentano un giro di boa anche per tutti gli artisti di quella generazione, quella figura di artista non tornerà più».

Ma ha lasciato il segno.

«Sì, anche nel mercato discografico. Celentano è stato un visionario, ha creato una sua etichetta indipendente ed è stato fra i primi a farlo. Lo spirito libero di quegli anni è tornato, invece».

AMARCORD La consegna dell’Ambrogino d’Oro da parte del sindaaco Paolo Pillitteri nel 1989; con la moglie Claudia Mori e il professor Umberto VeronesiSTILE UNICO Attento ai codici estetici al look e ai movimenti Ha fatto della fisicità e del molleggiato un’iconografiaPrima essere indipendenti era una scelta. Adesso una necessità.

«Prima si dovevano aspettare i passaggi in radio, in tivù, non c’erano alternative. Adesso c’è il web, dove molti artisti iniziano a muovere i primi passi. Celentano si può definire indipendente. È stato fra i primi a esserlo, indipendente non è un genere “alternativo”, anzi: oggi l’indie è pop. Chi crea un’etichetta sua spesso lo fa per avere più agilità, per la voglia di mettere al centro il prodotto, convinto che “chi fa da sé fa per tre”. A maggior ragione quando si dà una dimensione familiare all’etichetta, come in questo caso. Penso che il lavoro fatto con la compagna di vita Claudia Mori sia stato meraviglioso».

In cosa Celentano ha segnato una svolta?

«È sempre stato un innovatore, nel linguaggio, nella gestualità, nel suo modo di ballare, nel look. C’è tutta un’iconografia del molleggiato, una silhouette che anche Mina utilizza nel suo profilo. Quella generazione di artisti è sempre stata attenta al codice estetico, un codice garbato che - nonostante i contenuti fortissimi - non ha mai perso il garbo, contrariamente a oggi, con parolacce sdoganate anche nei pezzi e nei giornali. Celentano ha avuto un’intuizione: fare della fisicità un’iconografia. Come Gaber, protagonista di quegli anni e dintorni, nel teatro- canzone».

E siamo sempre a Milano. Ci sarà un perché.

«Celentano ha parlato anche molto di Milano nel corso di tutta la sua carriera, dalla via Gluck ai Navigli, senza dimenticare di raccontare gli abusi edilizi. Anche recentemente, nei suoi spettacoli. È stato un innovatore nei linguaggi, dicevo, con quel nonsense che in realtà aveva un senso molto profondo».

AMARCORD La consegna dell’Ambrogino d’Oro da parte del sindaaco Paolo Pillitteri nel 1989; con la moglie Claudia Mori e il professor Umberto VeronesiSTILE UNICO Attento ai codici estetici al look e ai movimenti Ha fatto della fisicità e del molleggiato un’iconografiaCon la via Gluck è stato «bocciato» a Sanremo ma promosso poi dai fan e dal mercato discografico. Quanto pesano le «stroncature» e quanto invece portano bene?

«La storia musicale è piena di stroncature di quelli che poi saranno consacrati come successi. Pensiamo a Vasco con la sua “Vita spericolata”. Il festival di Sanremo continua a raccontare la musica italiana, crea una forte identità, è atteso da milioni di spettatori ogni anno, ma probabilmente quei codici di comunicazione non erano al posto giusto al momento giusto».

La canzone che ci porteremo nel 2038, ai 100 di Celentano?

«Oltre allo scioglilingua “Prisencolinensinainciusol”, che riassume il suo nonsense così rappresentativo, penso che ci siano due canzoni-manifesto, un prima e un dopo: la prima è “Il ragazzo della via Gluck”, appunto, con tutto il suo immaginario. Siamo nel 1966. Trentatré anni dopo è tornato con un altro manifesto: “Io non so parlar d’amore” in un album strepitoso da oltre un milione e mezzo di copie vendute».

AMARCORD La consegna dell’Ambrogino d’Oro da parte del sindaaco Paolo Pillitteri nel 1989; con la moglie Claudia Mori e il professor Umberto VeronesiSTILE UNICO Attento ai codici estetici al look e ai movimenti Ha fatto della fisicità e del molleggiato un’iconografiaIl suo augurio?

«Che un’icona come lui continui a pensare alla qualità dei contenuti. Per cantare bisogna avere sempre cose da dire. Ecco, gli auguro di restare così: di avere sempre cose da dire. Che la sua musica continui a essere un manifesto».