Milano, 25 febbraio 2014 - Ci hanno messo diciotto ore per trovarlo. In mano i fotogrammi delle telecamere di sorveglianza di via Morgagni, il racconto dei testimoni, un biglietto con un numero di telefono che lui stesso aveva lasciato a chi gli chiedeva di restare, promettendo: «Torno subito». Col risultato che nessuno l’aveva più visto e che a quel numero lui non aveva mai risposto.

Davide Girolamo Righi, 48 anni e origini siciliane, abitava a un paio di isolati di distanza dalla strada in cui la sera di domenica il tassista Alfredo Famoso ha chiuso gli occhi un’ultima volta: in coma, con la nuca spaccata dopo aver urtato violentemente la ruota di scorta di un suv e infine l’asfalto. Un istante prima, Righi lo aveva colpito in faccia con un cartone da quattro bottiglie di acqua minerale.

Epilogo di un litigio per una precedenza mancata sulle strisce pedonali. E adesso deve rispondere di tentato omicidio, mentre Famoso sopravvive attaccato a una macchina al reparto di rianimazione dell’ospedale Niguarda. «Condizioni gravissime», ripetono i medici che lo hanno operato una notte intera, facendo il possibile. E non c’è molto altro da aggiungere.

Diciotto ore: dalle 20,30 di domenica alle 14,30 di ieri. Fin dalla mattina, i poliziotti hanno passato al setaccio il quartiere alle spalle di corso Buenos Aires: via Morgagni, piazzale Bacone, piazzale Lavater. Di bottega in bottega, di bar in bar, di chiosco in chiosco. In mano i fotogrammi delle telecamere di sorveglianza su via Morgagni, all’altezza del civico 40, lì dove si è consumato il dramma.

Nelle immagini, anche il volto di un uomo che i testimoni riconoscono come lo stesso delle bottigliate, della lite assurdamente violenta. Domenica sera c’era anche una donna con lui, la sua compagna di una decina d’anni più giovane, in grembo un bambino in attesa di nascere. Righi, di professione consulente informatico e una denuncia per lesioni che risale al 1985, ha altri due figli avuti da precedenti relazioni.

Una famiglia che sta per allargarsi ancora e una vita consumata tutta nel quartiere dove li conoscono bene fra i negozi di vicinato: lui e la convivente e il suo bel pancione. E adesso scuotono la testa e ancora non ci possono credere che sia proprio lui l’uomo portato via dalle volanti ieri pomeriggio, su cui pesa un’accusa atroce.

A fine mattinata, gli agenti avevano già individuato il palazzo in cui abita con la compagna, all’altezza del civico 16 di via Plinio. Suonano, ma in casa non c’è nessuno. Attendono. Alle 14,30 arriva la madre di lei. I poliziotti le parlano, la convincono a chiamare la figlia, a rintracciarla. Righi e la sua convivente vengono trovati pochi minuti dopo, ancora una volta insieme e ancora una volta in via Morgagni, a pochi metri di distanza dall’incrocio della tragedia, sulle strisce pedonali davanti al ristorante Alba d’Oro: lì dove Famoso non aveva dato la precedenza alla coppia di ritorno dal supermercato, lì dove Righi in uno scatto di nervosismo aveva scagliato sullo specchietto della Toyota Prius del tassita il cartone con le bottiglie d’acqua. Famoso era sceso, voleva chiarire. E la fine di quel litigio quasi banale è ormai cronaca.

Quando le volanti della polizia hanno affiancato la coppia, lui non ha fatto una piega. È salito sulla macchina degli agenti con la compagna, da lì sono andati nel loro appartamento, dove in cucina c’erano ancora le bottiglie ammaccate. Un’ora dopo era già in questura, interrogato. «Mi dispiace, mi dispiace», ha ripetuto mentre la pm Maria Teresa Latella e il procuratore aggiunto Alberto Nobili formalizzavano il fermo per tentato omicidio.

Non pensava, Righi, che sarebbe finita così. La sera prima, mentre chi era in strada chiamava le ambulanze per soccorrere il tassista, lui aveva fatto un passo indietro: «Io non c’entro niente, non ho fatto niente». Ma Famoso aveva già perso conoscenza, gli occhi chiusi. «Sembrava che dormisse».
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