Milano, 20 febbraio 2014 - Tangenti parlate, raccontate, restate indimostrate. Si sgonfia la bolla corruzione in cui ha finora galleggiato, e fino alle dimissioni dell’aprile 2012 da presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il leghista Davide Boni. La Procura della Repubblica di Milano - il sostituto Paolo Filippini e l’aggiunto Alfredo Robledo - hanno chiesto al gip Manuela Scudieri (l’atto risale al 10 dicembre e la richiesta è ancora inevasa) l’archiviazione dell’intero kolossal tangenti promesse, e solo in parte versate (secondo i racconti dell’architetto-faccendiere delle sovraffatturazioni, Michele Ugliola), per un monte euro di circa 3 milioni e mezzo. «Gli accertamenti disposti hanno fornito riscontri, nella maggior parte dei casi, inconciliabili con i fatti esposti».

I fatti esposti dall’Ugliola e, in misura più vaga, dal braccio destro e cognato Gilberto Leuci, su un sistema corruttivo così strutturato: stecche promesse «da parte di imprenditori» (Luigi Zunino, Francesco Monastero, Gabriele Sabatini, Cinzia Cavenati) «a favore di Boni, all’epoca in cui rivestiva la carica di Assessore al territorio» della Regione, «cioè dal 2005 al 2010». Somme per «il rilascio della Valutazione d’impatto ambientale (Via) per l’apertura di un impianto di recupero rifiuti contenenti amianto a Lonate Pozzolo» e di altri “Via” per «autorizzazioni commerciali e urbanistiche» per «il recupero di grandi aree industriali dismesse», quali ex Snia di Varedo, ex Sisas di Rodano-Pioltello, Santa Giulia di Milano, ex Falck di Sesto San Giovanni. Dunque Ugliola, quello della corruzione-concussione che a Natale 2010 ha azzerato la giunta di Cassano d’Adda, con cinque interrogatori da giugno ad ottobre 2011, rende «dichiarazioni autoaccusatorie su fatti di corruzione diversi» e mai emersi, coinvolgendo i quattro manager, Boni, il suo capo di Gabinetto Dario Ghezzi, e la consulente Monica Casiraghi.

E dicendo che lui aveva «svolto un ruolo di mediatore tra le istanze degli imprenditori e le “pretese” degli esponenti politici da cui dipendeva il rilascio della autorizzazioni», e dei quali andava remunerata «la sponsorizzazione politica». Ma che dalle agende di Ugliola si trovi conferma della confidenza con Boni, Ghezzi e gli imprenditori, e che lui presenziasse «agli incontri fra politica e imprenditoria», non è dato sufficiente «per affermarne un contenuto necessariamente illecito, pur rappresentando un elemento indiziario non trascurabile». Al termine, infatti, di un lavoro d’indagine composto da quindici faldoni di atti nei quali il pm Filippini ha cercato riscontri alle affermazioni di Ugliola e Lueci, si conclude con «l’infondatezza della notizia di reato, in quanto gli elementi acquisiti non appaiono idonei a sostenere l’accusa in giudizio».

Questi motivi: i “Via” oggetto di mercimonio sono provvedimenti non emanati dall’assessorato di Boni o da sua «articolazione interna», «ma dagli uffici Amministrativi regionali dipendenti dalla Direzione Generale Territorio»: cioè dai dirigenti, «titolari esclusivi» del rilascio dei provvedimenti. Per Falck non coincidono i tempi indicati da Ugliola, per Santa Giulia il provvedimento di compatibilità ambientale «avviene in un periodo (2002) in cui Boni non era Assessore al Territorio e non conosceva Ugliola». Per l’ex Snia «non risultano procedure di Via in corso o concluse, così come per il centro commerciale ad Albuzzano.

Per l’impianto di trattamento amianto a Lonate Pozzolo, il procedimento di Via è in corso, «ma non sono emersi riferimenti alla presenza a qualsiasi titolo di Ugliola come professionista incaricato dalla società». Il pagamento delle tangenti («presso gli uffici dell’assessorato al territorio di via Sassetti, buste contenenti denaro contante», diceva Ugliola) resta vago: «non viene riferito in modo chiaro: quante consegne di denaro avvenute e per quali specifici importi». E in ultimo sui conti di Boni, esaminati dalla Guardia di finanza: «Dalla disamina della documentazione non sono emerse operazioni finanziarie degne di approfondimento».

di Marinella Rossi
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