Milano, 25 gennaio 2014 - Quando si tratta di traffico di droga, non è la ’ndrangheta a comandare. Non a Milano. Non è una fotografia fedele del reale, quella secondo la quale la criminalità organizzata calabrese avrebbe in mano il malaffare nella metropoli traino d’Italia. Per Andrea Olivadese, commissario capo della polizia di stato, si tratta, piuttosto e senza troppi giri di parole, «di una favola». E, accanto a lui, nell’aula di Palazzo Marino riservata alle sedute delle commissioni comunali, Mirko Maiello, capitano della Guardia di finanza, e Andrea Pezzillo, capitano dei carabinieri, annuiscono.

Già, premesso che camorra e Cosa Nostra sono addirittura marginali nello spaccio di sostanze, la ’ndrangheta ha via via smarrito il ruolo di organizzazione egemone. L’ormai datata apertura delle frontiere, quel fenomeno, oggi così famigliare, chiamato «globalizzazione dei commerci», la vocazione stessa della città e la preponderante disponibilità di denaro e di mezzi su cui possono contare le nuove mafie straniere, fanno di Milano «una piazza aperta a più cartelli malavitosi e internazionalizzata». «Nessun monopolio criminale» scandisce Olivadese prima di ricostruire, tassello dopo tassello, il puzzle degli interessi e delle provenienze mafiose che si spartiscono lo smercio di stupefacenti in città. Il business che continua ad assicurare gli introiti migliori è quello della cocaina. L’Italia, altro motivo di debolezza delle mafie di casa nostra, non è tra i Paesi produttori. È il Sudamerica a rifornire il mercato tricolore. Ed in particolare la Colombia. Da qui la polvere bianca prende la via dell’Europa, a prezzi che oscillano, a seconda della qualità, dai 35mila ai 45mila euro al chilogrammo.

Sempre più spesso la prima interlocutrice dei cartelli sudamericani è la mafia serba, non quella di casa nostra. La ’ndrangheta vi si appoggia per far arrivare la coca in Italia. Con un ruolo, proprio per questo, via via più subordinato. Prima arruolata per fornire supporto logistico, la mafia balcanica ha presto alzato la testa. E rovesciato i rapporti di forza. «Le organizzazioni criminali slave, e quella serba in particolare — spiegano i tre rappresentanti delle forze dell’ordine —, possono contare su un alto grado di impunità nei Paesi d’origine e su una grande disponibilità di risorse e di mezzi. Un esempio? Hanno in uso le imbarcazioni sulle quali fanno viaggiare le partite di cocaina. Navi che attraccano per lo più nei porti di Gioia Tauro (in Calabria ndr) e di Genova».

E da qui singoli e spesso insospettabili corrieri, al servizio della mala calabrese, la diffondono lungo lo Stivale, fino a quella Milano sempre più «piazza aperta» e «di consumo»: dai 35 ai 50 euro al grammo il prezzo d’acquisto per chi ne fa uso. L’altro mercato è quello dell’eroina. In questo caso è l’Albania a farla da padrona. E a differenza di quanto avviene per la cocaina, la mafia albanese fa arrivare la sostanza a Milano con mezzi propri. Raro abbia bisogno di intermediari o di supporto logistico. In crescita l’uso di eroina in città. Costa meno rispetto alla cocaina (15mila euro al chilo) ma la crisi non spiega tutto: «I consumatori di eroina e quelli di cocaina — spiega infatti Olivadese — sono diversi: i primi ricercano un lenitivo, i secondi un eccitante». Infine l’hashish. Stavolta sono soprattutto i nordafricani a rifornire Milano, ma è più difficile imbattersi in organizzazioni criminali di spessore.

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