Milano, 16 novembre 2013 -  “Come non potrei amare Milano? E’ qui che ho debuttato come attrice”. Lo racconta Sandra Milo.

Ma la sua carriera nel cinema non era iniziata nel 1955 con “Lo scapolo” di Antonio Pietrangeli?
In realtà aveva cominciato prima. Agli inizi degli anni ’50. Non ricordo neanche il titolo del film. Esordii con il nome di Lilli Greco. Mi volevano poco vestita. In scena indossavo un pagliaccetto rosa guarnito di pizzo nero. Era una delle prime commedie all’italiana che fu girata a Milano. Nel cast c’era anche Giovannino Guareschi che poi venne fotografato mentre col naso all’insù guardava me in cima a una scala.

Un po’ “Malizia” ante-litteram. Il suo rapporto con Milano comincia presto dunque?
Sì. Arrivai qui a 17 anni, dopo aver abortito e aver lasciato il mio primo marito, il marchese Cesare Rodighiero. Mi stabilii subito in viale Argonne 20. La mia vicina di casa era la soubrette Marisa Maresca incinta del conte Corrado Agusta. Ma lì stetti poco. Mi trasferii quasi subito in Corso Venezia, 41. Mi raggiunsero anche mia madre e mia sorella Maia. Abitavamo al 7° piano. Quella casa mi piaceva molto, come la via. E’ una delle più belle di Milano ed è rimasta nel mio cuore.

Tanti ricordi?
Molti. Cominciai come modella di Germana Maruccelli, una delle prime grandi couturier a lanciare Milano e la moda italiana nel mondo. Eravamo vicine di casa. Io ero molto formosa e avevo schiere di corteggiatori. C’erano i grandi corridori Eugenio Castellotti, poi fidanzato storico di Delia Scala e Levo Reggiani. Ogni sera sotto casa arrivavano molti giovanotti e parcheggiavano le loro fuori serie, chi aveva la Ferrari, chi la Maserati. Io poi scendevo e decidevo con chi uscire.

In base all’auto che le piaceva?
No, anche se devo dire che avevo l’imbarazzo della scelta. A Milano c’erano bellissimi ragazzi.

Poi però è andata a Roma.
Sì, ma a Milano sono tornata spesso, anche per seguire Bettino Craxi. Me lo presentò Giacomo Mancini agli inizi degli anni ’60. Non voglio commentare le vicende giudiziarie. Penso sia ancora presto per avere una visione obiettiva di quegli anni. Seguii le sue campagne elettorali e scrissi anche un libro “Venere e il Psi”, in cui raccontavo parecchi retroscena.

E’ mai stato pubblicato?
Mai. Ma poteva dare fastidio se fosse stato divulgato. Eravamo agli inizi degli anni ’80. Venni a una prima della Scala con Rocco Barocco. In teatro c’era anche Anna Craxi. Durante l’intervallo, tanti mi chiesero del libro, ma Anna intervenne prontamente e disse: “So tutto, Sandra me l’ha fatto leggere per prima”. Non era vero ma mise gli altri a tacere. Quella mano l’aveva vinta lei.

Un bilancio della sua carriera?
Tante soddisfazioni, ma anche molte amarezze. Mi punge ancora la bocciatura a Venezia di “Vanina Vanini” e aver perso per un solo voto la coppa Volpi per “Adua e le sue compagne” che fu data invece a Shirley MacLain per “L’appartamento”. Ma anche i tanti ruoli in agenda che, però, non ho potuto fare per colpa della gelosia dei miei due mariti, prima Moris Ergas e poi Ottavio de Lollis. Avrei dovuto interpretare “Io la conoscevo bene”, “La Cicala” e soprattutto Gradisca in “Amarcord”, una parte che Fellini costruì su di me. Meno male che Federico mi ha dato l’immortalità con “Giulietta degli spiriti” e “8½”. Mi manca molto. Proprio quest’anno cadono i 20 anni dalla sua morte. In fondo lui mi ricorda Milano.

In che senso?
Era pudìco e discreto come questa città.

di Massimiliano Chiavarone

mchiavarone@yahoo.it