di Marinella Rossi

Milano, 27 luglio 2013 - Quanto valgono dodici pazienti morti in modo oscuro nei reparti psichiatrici Grossoni di Niguarda, rispetto a un processo per prostituzione minorile che coinvolge un noto politico? Domanda che contiene già la risposta. Perché il nuovo esposto che l’associazione “Dagli Appennini alle Ande” presenta al Procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati pesa su una bilancia virtuale le indagini sui morti al Niguarda - o sottoposti allo spallaccio, o suicidi, o soffocati dal cibo in corso di trattamenti farmacologici che inibiscono la deglutizione - e l’impegno profuso nelle indagini preliminari e nel dibattimento Ruby a Silvio Berlusconi.

Per concludere (in 16 pagine di considerazioni stese dal responsabile dell’associazione, Giorgio Pompa) con una prognosi di inerzia e apatia nelle indagini e di disparità di trattamento tra inchieste. «Apatiche indagini preliminari, iniziate a dicembre 2010» e destinate «probabilmente a un’archiviazione». «Ci aspettavamo dalla Procura un’investigazione attenta, e così non è stato, mentre per il famoso processo Ruby, la Procura ha deciso di investire tantissime energie umane e di fare indagini solerti e fulminee».

E’ del novembre 2010 la prima denuncia, allora come Telefono Viola, che Pompa e alcuni familiari dei pazienti morti, presentarono in Procura. L’indagine, affidata a un pm, rimase a lungo latente, fin quando quel magistrato si assentò per maternità e il fascicolo fu trasferito tra le incombenze del pubblico ministero Antonio D’Alessio. Indagini complesse, e per il tempo trascorso, e per la difficoltà a rintracciare testimoni e cartelle cliniche, e per sfondare un muro di inevitabili silenzi. Eppure, l’associazione ora infila, perla su perla, i vari passaggi sui quali non ha ancora avuto alcun riscontro, alcuna risposta.

La prima denuncia sulla morte di due pazienti e sull’uso, definito “illegale”, certo crudele, della contenzione fisica con il cosiddetto “spallaccio”. La seconda denuncia sulla morte di altri tre pazienti, morti soffocati o senza spiegazione in cartella clinica. La terza: sette pazienti, tra suicidi e morti oscure di cui non comparirebbe nulla nel Portale dei Reparti del Niguarda. Che ne è di quelle indagini? Perché vengono dimenticate, nonostante - rileva Pompa - «ci si trovi di fronte a dodici pazienti morti, avvenimento unico ed eccezionale, forse irripetibile?».

«Non possiamo non rilevare che in questi ultimi tre anni, mentre l’esposto sui Grossoni attendeva l’inizio effettivo delle indagini preliminari, la Procura e il tribunale sono stati impegnati in un procedimento giudiziario che largo spazio ha avuto nei media nazionali e internazionali: il processo Ruby». Quel processo ha comportato «intensità e profondità» dell’impegno, almeno dal punto di vista di chi «attende da due anni e sette mesi che si cominci a indagare seriamente sugli abusi avvenuti al Grossoni». E che differenza, rilancia Pompa, con i «136 testi chiamati a deporre al processo Ruby, con i 34 faldoni per 50mila pagine, con i 2 milioni di telefonate esaminate, con le 156.564 intercettazioni, per un ascolto di oltre 210 ore».

marinella.rossi@ilgiorno.net