Milano, 12 giugno 2012 - Per lo spietato assedio di un male canaglia ci ha lasciato ieri Nino Leoni, nostro antico collega de Il Giorno. Veneziano d’ascendenti emiliani («Come Carlo Goldoni» ridacchiava lui), classe 1923, aveva occhi d’oltremarino azzurro e una barbetta da serenissimo Consiglio dei Dieci. Per decenni Nino era stato cronista incallito tra nera itinerante e Palazzo di Giustizia, con la sua umanità militante in motorino e la macchina fotografica, inseparata, ad armacollo.

Collezionista d’accendini e di più impalbabili inneschi, fu l’apripista della stagione di Mani Pulite con un’inchiesta sul racket del caro estinto, al Pio Albergo Trivulzio, che diede il la a tutto il matassone di Tangentopoli, come gli riconobbe lo stesso Antonio Di Pietro. Cronista coi crismi e anche col fisico del ruolo, Nino era rapido all’Olivetti di redazione: cenere di cicca sfiltrata dappertutto, una lattina di birra come portacenere. Il resto era visibilio d’umanità: allegri insulti circostanziati ai colleghi, litanie quasi sempre precedute o seguite da barzellette, in veneziano icastico, che avrebbero fatto arrossire un Giorgio Baffo. Scherzi da non dire, fatti e ricambiati.

Come quella volta che finse di dimenticarsi sulla scrivaia una grossa scatola di dolci al cioccolato e tutti ne approfittarono a man salva (compreso il mitico caporedattore Angelo Rozzoni) salvo poi scoprire, con vario disagio viscerale, che quelle delizie erano in realtà cioccolatini purgativi. Vendetta episodica, perché a ogni venuta al giornale la sua borsa spariva per gioco, rapita da subdolicolleghi e nascosta in qualche recesso: era zeppa al solito di libri, sigarette, birre, sabbie di lontane spiagge, foto di belle donne, bagaglio di charmeur dongiovanneo ma senza ombre nè statute di Commendatore. Nino era anche - e soprattutto - un viaggiatore assiduo, che passava con disinvoltura dal teatro del mondo ai paesaggi nudi di prosa. Memorabile quella foto che lo ritrae su un passo turco innevato, lui e un orso, quasi a braccetto.

Le sue cartoline erano miniature di reportage - rivoluzioni, pestilenze, carestie, mode e chiodi di garofano - chiuse dagli immancabili insulti. Nino era fisicità e sensibilità: passava da una digestione ben sonora a un pensiero più sottile di un rifrazione, quell’eco di luce sul pulviscolo che incantò Democrito, Lucrezio e tutti noi bimbi in una stanza buia. Dietro la porta del suo appartamento milanese, una scritta a caratteri di scatola: «Il giornalismo è l’unico mestiere che ti fa restare adolescente tutta la vita».

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