Il box davanti al quale è morto Donato Carbone
Il box davanti al quale è morto Donato Carbone

Milano, 20 novembre 2019 -  «Adesso sai quanti stanno brindando? I debiti svaniscono nel momento in cui il creditore non c’è più». Quelle parole di Angela Carbone, pronunciate poche ore dopo l’omicidio del padre Donato, fotografano il possibile movente del delitto di Cernusco sul Naviglio: il 63enne freddato con 8 colpi di pistola davanti al box di casa era «dedito all’usura». Ed è proprio nel perverso movimento di dare e avere che con ogni probabilità legava l’imprenditore edile al presunto mandante del delitto (i due si conoscevano da decenni) che avrebbe preso forma il proposito di Leonardo La Grassa, ex narcotrafficante considerato il referente dei corleonesi a Milano negli anni Ottanta: il trapanese di 72 anni, 22 dei quali trascorsi dietro le sbarre, avrebbe assoldato Edoardo Sabbatino, pregiudicato bresciano in trasferta, per portare a termine la vendetta, forse legata a qualche affare andato male.

Ecco la svolta nel giallo che il 16 ottobre scorso aveva lasciato senza parole un’intera città, per una vittima che a tutti era sembrato «il nonno della porta accanto». Schivo, riservato. Così veniva descritto il tarantino trapiantato al Nord dalla vita all’apparenza irreprensibile. Ma quella fine con le pallottole scaricate addosso a lui e alla sua Mercedes di ritorno dalla spesa alle 18.30 di un giorno come tanti aveva subito aperto una crepa nella facciata. Dei suoi affari – stando ai dialoghi registrati dai militari del Nucleo investigativo di via Moscova – erano a conoscenza la figlia, la moglie, il genero e l’amico più stretto. Il gruppetto viene intercettato all’1.36 in caserma mentre, a giudicare dalle frasi utilizzate, sembra accordarsi su qualcosa da fare il prima possibile: «Vai a togliere tutto», suggerisce il fidato Francesco Cassano alla vedova di Carbone, Natalizia De Candia. «Sì», risponde lei. «Domani... porta via tutto... tutto... senza dire niente... vai e ritira tutto... tu avevi la firma pure...».

Cosa dovevano portare via? Di sicuro si sa che, sottolinea il gip Natalia Imarisio nell’ordinanza di custodia cautelare che ieri ha mandato in carcere per omicidio premeditato La Grassa e Sabbatino, nell’abitazione della vittima sono stati ritrovati «assegni in bianco firmati, appartenenti a terze persone, circostanza che sembra confortare un contesto di traffici usurari». La ricostruzione della contabilità sarà materia ulteriore per i segugi della Omicidi, che in queste settimane hanno lavorato «in apnea», hanno ricordato l’aggiunto Laura Pedio e il pm Roberta Amadeo, per risolvere il caso.

Ai due responsabili sono arrivati grazie a un’indagine serrata, «alla Maigret», con un estenuante lavoro di analisi delle immagini di videosorveglianza e di successivi riscontri. Così sono riusciti a tracciare a ritroso sia i sopralluoghi dei due nel palazzo di via don Milani 17 che la fuga post-sparatoria di Sabbatino a bordo dell’Opel Corsa sparita il 18 settembre a Brescia e ritrovata a Cologno Monzese grazie alla solerzia di una residente, che si è trovata faccia a faccia col sicario («Aprimi il cancello», le ha ordinato) e ha memorizzato il numero di targa. Ancora le telecamere hanno permesso ai carabinieri, coordinati dal colonnello Michele Miulli e dal maggiore Cataldo Pantaleo, di individuare il punto in cui La Grassa si è disfatto delle due pistole usate per l’agguato: tutti quei bossoli a terra, undici, avevano fatto pensare a un agguato mafioso, ma si è presto capito che l’assassino aveva dovuto usare l’arma di scorta – una Makarov 9x18 clandestina – dopo che l’altra, una Beretta 9x21 con matricola abrasa, si era inceppata al terzo sparo. Mandante e killer si sono incontrati subito dopo l’assassinio in un bar di Cologno per bere un bicchiere con un altro uomo, poi identificato per il pregiudicato bresciano Giuseppe Del Bravo, e sono stati ripresi, manco a dirlo, da un occhio elettronico: La Grassa è stato riconosciuto subito dai militari del posto perché sottoposto in passato ai domiciliari, mentre a tradire Sabbatino è stato il riconoscibilissimo colore della tuta (blu con strisce orizzontali bianche), servito agli investigatori per collegarlo alla Corsa e quindi al raid.