La sorella e il padre con le valigie nuove pronti a partire per la Siria
La sorella e il padre con le valigie nuove pronti a partire per la Siria

Inzago (Milano), 3 luglio 2015 - La terrorista che gode a vedere teste mozzate era una tipa romantica e forse un po’ fragile. Era successo che, quando ancora fresca di liceo si chiamava Maria Giulia Sergio e portava i capelli castani sulle spalle e le magliette scollate ma non troppo, si fosse innamorata di un ragazzotto del paese che tanto ben visto non era da nessuno. Un tipo che, anche dopo esserselo sposato, continuava a bere e ad alzare la voce e le mani, tanto per intendersi. Ma lei niente, aveva perso la testa. Pare che tutto cominci da questa storia sbagliata, che da qui sia necessario partire per comprendere le ragioni della conversione ad Allah del nuovo pericolo pubblico numero uno del terrorismo internazionale, e insieme a lei la conversione dell’intera sua famiglia – padre, madre e una sorellaarrestata all’alba di mercoledì nell’appartamento di Inzago coi gerani sul balcone e le tendine azzurre alle finestre. Pare che tutto sia nato da quando Fatima al secolo Maria Giulia si era reinventata cassiera alla pizzeria davanti a casa per dare una mano in famiglia. Un locale allora gestito da un titolare egiziano, parliamo del 2006, 2007.

La terrorista poco più che adolescente era anche una che aiutava in casa, una sgobbona. E in casa qualche problema di soldi c’era eccome, insieme a tanti sogni andati a schiantarsi contro il muro della crisi: il mutuo dell’appartamento a Bettola che non si riesce più a pagare, lo sfratto e quindi l’arrivo a Inzago nelle palazzine popolari di via Fratelli Cervi, proprio una decina di anni fa, gli anni della pizzeria, anni duri da digerire. Il papà Sergio Sergio infine trova un impiego fortunato alla ditta di apparecchiature elettriche a pochi isolati dalla via Cervi, la mamma Assunta pensa alla nuova casa, come ha sempre fatto. Ma lo stipendio non basta per tutto. Così Maria Giulia si iscrive all’università – la terrorista era anche una tipa studiosa – e al contempo si guadagna l’impiego al locale. Qui conosce il suo amore, tunisino e islamico ma più di nome che di fatto, più di forma che di sostanza. Si innamora, lo sposa. È il 2008. «Tipaccio», sibilano adesso in paese. Dove dicono che lui la picchiava – «la picchiava di brutto, scenate madri sotto casa anche in piena notte» – e che lei lo voleva cambiare. Ma che alla fine a cambiare era stata Maria Giulia stessa: non aveva trovato conforto nella famiglia che le stava stretta, non lo aveva trovato nello studio né nel lavoro. Lo aveva trovato invece nell’Islam, imparato a conoscere proprio ai tempi della pizzeria e del fidanzamento.

Maria Giulia, che sarà stata sì romantica ma era pure testarda – «tostissima», dicono – prende la religione molto seriamente. Ed è quindi nella nuova religione che trova risposte e aiuto contro le botte. «Tuo marito non è un buon musulmano. I buoni musulmani non si ubriacano. Lascialo». Lei lo lascia. È in quel momento che il rapporto con l’Islam si salda con la solennità di un sigillo. In assenza di alternative, mentre tante altre cose della vita sua e dei suoi familiari non prendono la rotta sperata, l’Islam diventa anche il supposto volano di un riscatto sociale. Contro le umiliazioni di una vita che non era andata bene come avevano sperato quando – Maria Giulia e sua sorella ancora bambine – tutta la famiglia aveva lasciato Torre del Greco alla volta del Nord. La batosta? Nel momento in cui il papà perde anche il nuovo lavoro in ditta: cassa integrazione, poi mobilità. I colleghi ricordano il signor Sergio Sergio «taciturno e schivo», stessa cosa i compaesani.

Del resto, come tutti son pronti a giurare con lo stupore che si conviene in circostanze del genere, i Sergio erano gente tranquilla, anzi, più che tranquilla. Quel genere di tranquillità che si trova per sua natura sempre un po’ ai margini e per poco non sconfina nel ridicolo, tra chi ora fa spallucce e si fa scappare un «poveracci». Così è proprio difficile immaginarseli ora a brandire un kalashnikov, lo sguardo feroce al grido di Allah Akbar. È difficile malgrado la barba folta e ormai grigia del padre, i veli severi della madre e della sorella, le urla digitali vaneggianti odio sangue e vendetta della combattente Fatima che sui Social e su Skype era sempre pronta alla morte. Oppure è proprio per questo che si possono immaginare. Per questo loro essere invisibili, «poveracci».