Il box dell'omicidio in via Don Milani
Il box dell'omicidio in via Don Milani

Cernusco sul Naviglio (Milano), 19 ottobre 2019 - Il delitto dell’impresario è un rebus. Le certezze sul caso si fermano alla macchina, una Opel Corsa nera, usata per l’omicidio. Ma è sul killer che mercoledì ha seguito Donato Carbone che l’attenzione è parossistica. I rilievi tecnici e biologici sull’auto potrebbero fornire elementi essenziali per dare un nome all’uomo che ha scaricato undici colpi 9x21 addosso al 63enne di Cernusco davanti al box, nel sotterraneo del condominio di via don Milani dove abitava con la moglie. Mistero fitto sul movente: dalla prima analisi sulla sua vita non sono emersi elementi che possano aiutare a capire chi e perché abbia voluto eliminarlo. Descritto da tutti come il nonno della porta accanto, era malato e ancora sotto controllo medico. Cordiale, ma riservatissimo, non dava confidenza a nessuno. I suoi conti sono in ordine, non aveva debiti.

«Non beveva, non fumava, era una persona gentile». La figlia Angela, 45enne, ne parla così. Per lei e per sua madre non c’è spiegazione alla furia che l’altra sera si è portata via per sempre la loro serenità. L’ipotesi di una doppia vita sembra smentita dai riscontri che ora dopo ora entrano nel fascicolo del pm di Milano, Giuseppe Amodeo, che indaga sul caso. Ma gli investigatori scavano sempre più a fondo, cercando di riannodare i rapporti che Carbone aveva stretto nel tempo, senza trascurare nulla, sotto la lente ci sono i suoi ultimi incontri. Un lavoro certosino. Forse, alla base c’è una questione di soldi. Anche se i risparmi di una vita spiegano come abbia sostentato la famiglia in questi mesi: l’imprenditore aveva attinto al tesoretto accumulato con la ditta di ristrutturazioni per far fronte alla lunga pausa dal lavoro imposta dalle cure.

Nulla all’apparenza che possa anche solo lontanamente far immaginare la sequenza drammatica di fronte al garage. L’assassino lo sorprende dopo che è risalito sulla sua Mercedes con la spesa ancora a bordo e lo lascia privo di vita nell’abitacolo, poi risale dal corsello, ripercorre a ritroso il percorso fino al cancello e scappa con l’utilitaria rubata a Brescia un mese fa. Poco dopo l’abbandona in un parcheggio in via Trento a Cologno. Verrà ritrovata dai carabinieri tre ore dopo, alle 22. Ma del misterioso uomo alla guida non c’è traccia. Forse è saltato su un’altra macchina che aveva preparato nelle vicinanze.

La modalità dell’omicidio e soprattutto la meticolosità con cui è stato organizzato svelano un rancore profondo, maturato giorno dopo giorno, fino alla vendetta. La chiave del giallo è tutta qui: bisogna capire cosa abbia provocato una reazione simile. L’assassino ha corso un grosso rischio, la fuga dal palazzo-labirinto dopo aver finito la vittima non è andata liscia come forse aveva progettato. Più di un testimone l’ha visto saltare sulla Corsa, la targa era stata annotata. Le immagini della videosorveglianza devono aver fatto il resto: la stessa macchina è stata registrata accanto a quella dell’impresario, prima della tragedia. Lo seguiva.

Non è difficile immaginare i sopralluoghi dei giorni precedenti, quando il killer deve essere entrato nel condominio elegante e ordinato dove abitano 90 famiglie per studiare ogni minimo dettaglio. Difficile dare nell’occhio qui, dove il via vai è incessante proprio per le dimensioni del complesso. I vicini sono sotto choc. Conoscevano Carbone di vista, sembrava essere particolarmente legato alla famiglia. Saluti di circostanza e nulla che potesse far pensare a un segreto dietro la facciata perbene, mai scalfita da uno screzio. Per questa ragione l’agguato appare ancora più inspiegabile. E non solo a loro.