Il bar chiosco dello "scandalo"
Il bar chiosco dello "scandalo"

Cassano d'Adda (Milano), 19 gennaio 2017 - Rinviati a giudizio i quattro indagati coinvolti nell’inchiesta dell’Ananasso. Per il vicesindaco di Cassano d’Adda, Vittorio Caglio, i funzionari comunali Luigi Villa e Marco Galbusera, e il presidente della società Enjoy Tribe, Laurent Colombo, che nel 2013 aveva in gestione l’area fluviale del Pignone, il processo davanti ai giudici del collegiale del Tribunale di Lodi inizierà il 27 aprile. I reati ipotizzati? Abuso d’ufficio per Villa, Galbusera e Caglio, estorsione continuata per Colombo. Sempre di estorsione deve rispondere il vicesindaco che è anche accusato di falso ideologico. I reati sarebbero stati consumati in concorso. Accolta dal gup di Lodi, Lidia Castellucci, anche la costituzione della parte civile avanzata dalla titolare dell’Ananasso, Noemi Gaibotti. Determinato, il vicesindaco Caglio ritiene di poter dimostrare la sua estraneità ai fatti.

"Sono certo della mia innocenza - ha detto Caglio appena terminata l’udienza -. Dimostreremo tutto in aula davanti a giudici". Il caso giudiziario sta tenendo banco a Cassano d’Adda da settembre 2013, da quando il bar a forma di ananas venne smantellato dall’area del Pignone, assegnata in gestione tutta l’estate alla società Enjoy Tribe. Il chiosco, gestito da una ambulante di Inzago, era stato installato sulla spiaggia già a luglio 2013. Dopo poche settimane, era partito un esposto sulla regolarità dell’autorizzazione, firmato da un’esercente della frazione di Groppello. A estate ormai finita, e dopo un acceso confronto in Comune, l’allora comandante della Polizia Locale Flavio Rossio stabilì la non conformità del chiosco in quel sito e ne prescrisse la rimozione anticipata, poi avvenuta. Di contro, la posizione dell'ufficio Commercio del Comune di Cassano d’Adda, che ha sempre sostenuto la regolarità delle autorizzazioni e che annullò con atto formale i verbali della Polizia Locale. Nel frattempo, la Guardia di finanza di Melegnano e la Procura di Lodi (allora competente per l’area cassanese) avevano aperto un fascicolo sulla vicenda.

L’ipotesi accusatoria più pesante riguarda i contributi in denaro che la titolare del chiosco avrebbe versato per settimane ai gestori del Pignone per poter rimanere sull’area. Accuse sempre smentite dagli interessati. A maggio 2015 si è concluso il primo filone della vicenda, in sede civile. Il giudice di pace aveva accolto le richieste della titolare del chiosco sul mancato guadagno, disponendo un risarcimento da parte dell’ente pubblico di circa 2mila euro.