I carabinieri sul luogo dell'omicidio
I carabinieri sul luogo dell'omicidio

Mantova, 28 novembre 2018 - «Lo ammetto, l’ho ucciso io. Aveva un coltello, mi sono difeso». A quasi un anno dai fatti, il delitto del ponte di San Giorgio del quale fu vittima il 17 gennaio scorso il commerciante Sandro Tallarico ha un autore. Brunetto Muratori, 72 anni, ex orefice con un passato neofascista, ha atteso l’udienza del rito abbreviato davanti al gip per fare le sue dichiarazioni spontanee e confessare. Avesse continuato a negare, come ha fatto in questi mesi, avrebbe rischiato dai 30 anni in su, probabilmente. Invece, assistito dall’avvocato Sergio Genovesi, non solo ha confessato di aver sparato ma ha fatto anche un "regalo" ala Procura e ai carabinieri: «Vi farò ritrovare la pistola che ho usato», ha detto.

E ha dato indicazioni di cercarla sul lungolago, nel tratto che dal ponte e dalla rocca di Sparafucile arriva a lambire l’ex cartiera Burgo: «L’ho gettata nell’acqua davanti a un albero che so riconoscere. Sarà ancora lì». Dopo il colpo di scena, l’udienza davanti al gip Gilberto Casari è stata sospesa e rinviata al 19 febbraio: il tempo di ripescare la pistola, controllare che sia servita proprio in quella occasione ed escludere che abbia sparato in altre, e di concludere quindi il lavoro dei Ris. La prossima udienza sarà quella del verdetto. È stata la mole di indizi raccolti dai carabinieri mantovani a indurre Muratori a cedere. Lui e la vittima si conoscevano da tempo, avevano condiviso la comune militanza nell’estrema destra extraparlamentare ed erano tutti e due sul ponte quella fredda mattina di gennaio.

«Ci siamo incontrati uno di fronte all’altro - ha detto l’assassino - è venuto verso di me con un coltello. Ho fermato la bicicletta e tirato indietro il cane. Poi ho preso la pistola e ho sparato». Tallarico cade colpito dal busto e al braccio. Si scandaglia nella sua vita alla ricerca di possibili nemici e affiora subito il nome di Muratori: i due camerati avevano litigato, il primo forse accusava l’altro di averlo fatto finire in carcere per un affare di ricettazione. Ma il movente resta fumoso: «Quando mi vedeva in centro a Mantova <- ha raccontato l’imputato - mi gridava: ‘Infame’».