Mario Cattaneo
Mario Cattaneo

Casaletto Lodigiano (Lodi), 20 dicembre 2018 - «L’è ciapat?», gli aveva chiesto in dialetto lodigiano il vicino di casa pochi istanti dopo aver sparato e ucciso a uno dei ladri che quella notte si era introdotto nella sua osteria. «Sì sì, l’ho preso», aveva risposto subito Mario Cattaneo, 69 anni, il ristoratore di Casaletto Lodigiano, titolare dell’osteria dei Amis, con il fucile ancora in mano. Per la procura di Lodi quella di Pietro Colombi, che abita in un immobile attaccato a quello dell’oste, è una testimonianza-chiave per ricostruire la notte del 10 marzo 2017 quando nella proprietà di Cattaneo perse la vita un ladro romeno di 32 anni colpito alle spalle dall’oste con un colpo di fucile da caccia in seguito a una colluttazione con un altro componente della banda. Al processo per eccesso colposo di legittima difesa a carico di Cattaneo, ieri in tribunale a Lodi sono sfilati i primi testimoni. Il procuratore di Lodi Domenico Chiaro ha voluto subito ascoltare la versione dell’unico testimone oculare della tragedia.

«Ricordo che erano passate le 3.30 quando ho sentito la sirena dell’allarme dell’osteria – ha raccontato Colombi –. Ho sentito anche rumori di ferro e un colpo di fucile. Così mi sono affacciato alla finestra e ho visto Mario in cortile con il fucile ancora in mano. Vicino c’era anche il figlio Gianluca che diceva al padre “Perché hai preso il fucile?” e vicino la moglie di Mario, Fiorenza che diceva di chiamare i carabinieri». La procura di Lodi contesta a Cattaneo di non aver detto subito tutta la verità sui fatti accaduti quella notte tra le 3.40 (quanto sarebbe partito il colpo di fucile) e le 5.55 (quando era stato scoperto il cadavere vicino al cimitero di Gugnano). La famiglia Cattaneo aveva denunciato ai carabinieri di Lodi alle 3.48 di aver subito un furto, senza accennare al colpo di fucile (l’arma era stata anche riposta nell’armadio). I militari erano arrivati poco prima delle 4. Nell’orticello del cortile i carabinieri avevano trovato il cappellino di uno dei ladri, l’intera refurtiva (stecche di sigarette e 60 euro) e si erano accorti anche dell’evidente ematoma sull’avambraccio dell’oste.

Per questo avevano chiamato l’ambulanza che aveva portato in ospedale a Lodi l’oste. Alle 4.45, un’ora dopo la tragedia, i carabinieri sul posto erano stati informati dalla centrale di una telefonata anonima (che la procura attribuisce alla banda criminale) registrata dal 118 che segnalava un ferito grave non lontano dell’osteria. Così gli inquirenti avevano chiesto al figlio di Mario, Gianluca, se fosse successo qualcosa di più rispetto al furto. E lui, che col padre era sceso da casa per affrontare i malviventi, aveva tirato fuori dalla tasca del giubbotto il bossolo del fucile da caccia raccolto nel cortile, spiegando che il colpo era stato sparato per intimidire i ladri.

Ma qui il colpo di scena. L’oste, che nel frattempo era arrivato in ospedale, aveva chiamato il figlio al telefono per avvisarlo di raccontare ai carabinieri che c’era stata una colluttazione e che il colpo era partito accidentalmente. Si tratta della versione ancora oggi sostenuta dalla difesa. Un aspetto che però non convince l’accusa. Ascoltato in aula ieri anche un altro vicino di casa dell’osteria, un camionista romeno 40enne che abita a 500 metri dall’osteria, e che alle 3.40 di quella notte stava uscendo di casa per andare a lavoro. È l’unico ad aver sentito due colpi di fucile. La prossima udienza si terrà il 13 febbraio.