I figli di Popolzai
I figli di Popolzai

Lodi, 20 agosto 2021  - "Mia moglie e i miei figli sono in Afghanistan: aiutatemi a portarli in Italia".  Le mani tremano, gli occhi si fanno lucidi e la voce tentenna. Mawladad Popalzai (tutti in Italia però lo chiamano per cognome), 31 anni, afgano arrivato in Italia nel 2015, non riesce a nascondere la sua preoccupazione.

Per lui, che è originario di Konduz, ultima grande roccaforte dei Talebani prima della caduta per mano del Fronte Islamico Unito per la Salvezza dell’Afghanistan del 26 novembre 2001, il ritorno dei fondamentalisti islamici è un incubo che si ripete dopo tanta sofferenza. Il 31enne Popalzai la sua terra non l'avrebbe lasciata, "se ci fosse stata la scelta". Anche perché vivere fuori può essere più complicato. "Sono venuto a piedi in Italia per assicurare un futuro anche alla mia famiglia — ammette —. Sarei voluto restare, ma dopo la guerra, o me ne andavo o facevamo una brutta fine".

La forza della disperazione ha permesso a Popalzai di intraprendere nel 2015 un viaggio straordinario, tutto a piedi, dal nord dell’Afghanistan, vicino al Tagikistan, fino ad arrivare in Italia. Oltre cinque mesi di cammino. Ben 6mila chilometri di tragitto attraverso i confini di sette nazioni dell’Asia e dell’Europa. In Italia poi ha trovato la sua seconda casa. Un lavoro, la tranquillità e soprattutto i documenti. Ma ora l'emergenza che è tornata ad esplodere in Afghanistan, i pensieri sono rivolti ancora di più alla sua famiglia che vive in un villaggio del nord del Paese. Vicino Konduz vivono sua moglie e i suoi quattro bambini: due maschi Fazal Bari e Bilal di 14 e 9 anni, una bambina, Fawzia, di 13 e Younis Khan, l’ultimo, di 8 anni. La paura è di non rivederli più.

Popalzai con i figli

"La situazione nel mio Paese non è mai migliorata dopo la guerra e l'arrivo degli Stati Uniti – spiega il 31enne Popalzai –. Ma ora con il ritorno dei Talebani la situazione è davvero pericolosa. Tutti sono preoccupati. Io sono stato costretto ad andare via per provare a dare una svolta alla vita di tutta la mia famiglia". E così Popalzai ha ideato il suo piano per scappare dalla guerra. Ha iniziato a camminare verso l’Europa, oltrepassando il confine montuoso che divide l’Afghanistan con l’Iran. Per poi passare dalla Turchia, la prima porta verso l’Europa, e in Grecia. 

A giugno 2015 l’arrivo in Italia. Prima a Trieste, poi il trasferimento a Roma e infine nel centro di accoglienza di Lodi Vecchio, alle porte di Lodi, dove è stato assegnato in uno dei periodi più difficili per l'emergenza sbarchi e per la gestione dei migranti sul territorio. Ma questo è il passato, visto che oggi Popalzai ha un permesso di soggiorno permanente in Italia e lavora da anni come operatore in un centro per minori non accompagnati di Milano. "Da quando ho iniziato a lavorare sto mandando alla mia famiglia quasi tutto quello che guadagno. Avere un lavoro è l’unico modo per poter restare in Italia e riuscire a rifarmi una vita con i miei figli e mia moglie". Il sogno ora è quello di riunire tutta la famiglia in Italia. L'iter però non è semplice.

Popalzai con uno dei figli

In questi anni Popalzai è riuscito a tornare a Konduz solo due volte, l'ultima a marzo scorso. Ora la situazione è decisamente cambiata. Per lui infatti rischia di diventare troppo pericoloso rientrare in Afghanistan.  "Non possiamo andare avanti così . I miei figli non vivono bene in Afghanistan. Nella loro vita hanno visto solo bombe e disperazione. Nel nostro villaggio la situazione è molto complicata. Bisogna andare via almeno fino a quando non arriverà la pace. Qui in Italia potranno andare a scuola, dormire tranquilli e avere un futuro". La moglie Sakina ha già dato il via libera. Ma quello che manca sono i documenti per tutti i suoi famigliari. "Qualcuno delle istituzioni deve aiutarci. I miei figli e mia moglie hanno bisogno del passaporto o di un volo italiano per portarli in salvo qui da me. I miei figli hanno visto solo bombe da quando sono nati. Non si può andare avanti così". Intanto la cooperativa sociale Fuoriluoghi di Peschiera Borromeo (Milano) ha inviato una richiesta formale al Ministero della difesa per chiedere di aiutare Popalzai nella disperata corsa contro il tempo per riunire tutta la famiglia in Italia.