Mansoura Mamah, 37 anni, originaria del Togo. Ha appena perso il marito
Mansoura Mamah, 37 anni, originaria del Togo. Ha appena perso il marito

Lodi, 4 aprile 2020 - «L’ultimo ricordo che ho di mio marito è mentre veniva portato via dall’ambulanza. Una settimana dopo mi hanno comunicato che era morto, chi per coronavirus e chi no. Nessuno mi ha detto se io e i miei cinque figli dovevamo fare la quarantena. Ora avrò bisogno di un lavoro per tirare avanti". Mansoura Mamah, 37 anni, originaria del Togo, racconta con dolore i momenti concitati che hanno portato alla morte del marito, Issa Mahomed, 54 anni, per un caso sospetto di coronavirus, quando ha dovuto mobilitare conoscenti per avere informazioni sulla sua sorte fino all’annuncio del decesso, in ospedale a Lodi.

«Mio marito, che viveva in Italia dal 2002 e aveva preso la cittadinanza, così come tutti i nostri figli, era operaio: da anni faceva il turno di notte in una logistica. Di recente era stato ricoverato quasi un mese in ospedale per problemi di glicemia. Ma era tornato a casa e aveva ripreso il lavoro. Poi però aveva iniziato con la tosse, che gli veniva tutti gli anni; una prima volta la guardia medica gli aveva prescritto una medicina ma poi, visto che respirava male, una settimana dopo lo ha portato in ospedale. Quella sera mi hanno chiamata per dirmi che lo ricoveravano: aveva un polmone quasi “spento“ e la glicemia alta. Poi niente più notizie: al cellulare non rispondeva. Giovedì sera per vie traverse ho saputo che era in terapia intensiva. Ho chiesto: per il virus? “Forse“ è stata la risposta. Venerdì l’hanno intubato, era in coma. Ho provato ad andare lì ma non potevo entrare: mi hanno detto che era stabile. Il giovedì dopo ho saputo che era in condizione critiche. Venerdì mattina, il 13 marzo, alle 5 mi hanno chiamata per dirmi che dovevano operarlo, alle 7 per dirmi che era morto. Non mi hanno confermato se si trattasse di coronavirus, né detto di fare la quarantena coi bambini, anche se io, comunque, non uscivo. Sabato mi ha chiamata l’assistente sociale e mi ha detto che mio marito era morto per il virus".

Anche in questo caso, comunque, nessuna allerta nei confronti della moglie e dei cinque figli, due femmine di 5 e 8 anni e tre maschi, di 9, 13 e uno, che frequenta le superiori, che ha compiuto i 18 anni proprio il giorno in cui suo papà è entrato in coma. "In un primo momento – ricorda ancora Mansoura Mamah – abbiamo cercato di portare la salma in Togo ma, essendo tutto bloccato, è stato interrato mercoledì 25 marzo nel cimitero di Bergamo, dove c’è un’area dedicata al culto islamico". Erano presenti l’Imam e un parente. Madre e figli sono tutti in casa, negli alloggi popolari della Muraglia, ora che il Doposcuola popolare di San Fereolo è chiuso, e il vociare non manca. L’assenza è quella del papà "che viveva solo tra casa e lavoro" ricorda la signora Mamah, arrivata in Italia nel 2009. Proprio lei era stata una delle paladine nella lotta del coordinamento “Uguali doveri“ contro il regolamento, poi ritenuto discriminatorio, del Comune per il caso mense di cui erano stati vittime anche i suoi figli: era stata in piazza, a manifestare; aveva portato la sua testimonianza anche in tv, a La7. Sarà lo spirito combattivo, ora, a spingerla a reagire: "Di salute stiamo tutti bene, di morale no. Pierre e altre associazioni hanno raccolto per noi oltre mille euro e ora sto andando avanti con quelli; qualcuno ogni tanto mi porta la spesa. Spero che il contagio finisca, voglio che i miei figli continuino a studiare: non appena possibile cercherò un lavoro".