L'incidente ferroviario nel Lodigiano
L'incidente ferroviario nel Lodigiano

Lodi, 9 febbraio 2020 - Dieci anni di storia in quaranta secondi. L’Italia dell’orgoglio tecnologico è precipitata indietro di due lustri, dallo sfavillio dell’alta velocità al “grigio Fs” degli “espressi notte” di fine Novecento. I vagoni del Frecciarossa deragliato a Lodi restano lì, rovesciati come da un bambino capriccioso, stanco di giocare con il trenino. Due vite se ne sono andate: lungo i binari contorti, annodati come lacci di scarpe, arrivano le gru, promessa di una soluzione rapida a quel senso di spaesamento in cui tutto il Paese è precipitato.

Era il 1995 quando le Ferrovie, prima di diventare Trenitalia, svelavano agli italiani il futuro roseo dei primi progetti di collegamenti velocità con i nuovi Etr 450 e ingaggiavano Adriano Celentano per gli spot. Nuova immagine , nuovi progetti. Fra Milano e Roma si impiegavano poco meno di cinque ore. Ora, per l’assurdo schianto di Livraga, fra Centrale e Termini ce ne vogliono anche quattro e mezza. Quaranta minuti in più in media rispetto ai collegamenti meno rapidi. Almeno per i prossimi sette giorni entro i quali, dopo il via libera della Procura, le gru potranno cominciare a portare via i rottami e gli operai a rifare le rotaie. Servirà ancora un hangar dove ricoverare i pezzi, dove portare (al sicuro) lo scambio sotto sequestro.

Per intanto, il Milano-Roma torna ai tempi in cui l’Alitalia macinava utili fra Linate e Fiumicino, con tariffe stellari per un vantaggio competitivo che non esiste più. Tempi in cui il mondo di pendolari del "vado e torno in giornata, ho un appuntamento al Ministero" non era neppure ipotesi. Va peggio, in proporzione, a chi viaggia fra Bologna e Milano. Qui, di solito, con il Frecciarossa ci vuole un’oretta, se non ci si ferma sotto le costole bianche della Mediopadana a Reggio Emilia. Ieri, l’andatura era da turismo domenicale e i tempi erano quasi raddoppiati. Come prima di quel 2009 in cui la linea parallela all’Autosole ospitò i primi missili su rotaia. Poco più di dieci anni dopo, si passa a ritmo lento sopra il suggestivo ponte in ferro sul Po e si scorgono i nomi delle stazioncine della Bassa lodigiana, che sembrano quelle del far-west. Fra i campi sfilano via Santo Stefano, Codogno, Casalpusterlengo, Lodi. Poi i sobborghi di Milano. Uno spaccato sociale ed economico, fra cascine diroccate e centri commerciali, che di norma neppure si riesce a intuire, leggendo il giornale sul tablet mentre si corre a trecento all’ora. Oggi, invece, nessuno guarda il tachimetro appeso sopra la porta del vagone. Sembrerebbe soltanto una beffa.