Caselle Landi (Lodi), 10 aprile 2018 - L'eccidio di Punte Alte, uno dei più atroci massacri di matrice fascista avvenuto nel Lodigiano, è stato ricordato di nuovo domenica. Tra profonda commozione e dolore, ferite ancora aperte che non sembra vogliano rimarginarsi, la commemorazione di Caselle Landi è stata, come ogni anno, molto partecipata, con un lungo corteo partito dal municipio e arrivato fino alla stele sul muro della cascina dove il 1 aprile ’45, giorno di Pasqua, avvenne il massacro in cui perirono, per mano delle Brigate Nere, il partigiano Silvano Campagnoli, suo fratello Lino di 16 anni, il padre Pietro, la madre Teresa Berselli, incinta di 7 mesi, e il fittabile Luigi Losi. Lo stesso sindaco Piero Luigi Bianchi, prima del corteo, ha ricordato che «non è ancora venuto il tempo per lenire i dolori», gettando uno sguardo a quello che avviene oggi «dove la violenza nella società sta riprendendo il sopravvento».

Dopo la marcia in mezzo alla campagna con i labari delle varie associazioni Anpi del Grande Fiume, di Codogno e del piacentino, è intervenuto Roberto Nalbone dell’Anpi provinciale lodigiano. «Siamo qui per salvaguardare la memoria di quanto accaduto», auspicando che oggi «il dialogo e il confronto prevalgano sempre» e che «la tragedia di Punte Alte serva a noi da monito per il futuro». Nella sala civica, il professor Ercole Ongaro ha ripercorso la storia dei tragici fatti attraverso i documenti e gli atti del processo alla banda fascista, un paio di componenti dei quali avevano solo 17 anni. E fu proprio uno dei due minorenni a uccidere senza pietà con una mitragliata Teresa Berselli, incinta del nono figlio, accanendosi sul suo corpo colpendola più volte alla testa con il calcio del fucile.

La brigata nera infatti aveva deciso per la rappresaglia dopo che nell’iniziale scontro a fuoco con Campagnoli, un fascista era caduto a morte. Poi, dopo il massacro, anche il saccheggio dell’abitazione, il fuoco della cascina e il furto dei soldi dalle tasche di Losi, 300 lire, che i fascisti si sono spartiti. Per la squadraccia furono comminate pene pesanti, tra cui tre condanne a morte, mai eseguite: pochi anni dopo tutti furono liberati. Oggi, la memoria è ancora lacerante. Uno dei figli del fattore Luigi Losi, ancora piange al ricordo del padre, ucciso per ultimo e arrivato in cascina per salvare gli animali dall’incendio appiccato dai fascisti dove furono bruciati anche i corpi. «Mio padre-sussurra - era una persona buona, non stava da nessuna parte. Se il partigiano si fosse arreso, forse non sarebbe successo nulla».