Franco Vignati
Franco Vignati

Orio Litta (Lodi), 21 luglio 2020 - L’ex assessore comunale di Chignolo Po Franco Vignati la mattina del 30 maggio 2016 non aveva incontrato l’amante con la volontà di ucciderla. Questo dice la sentenza della corte d’Assise d’Appello di Milano che ieri ha fatto cadere l’aggravante della premeditazione, riducendo la condanna in primo grado all’ergastolo per il 66enne, da sempre unico indiziato per la morte di Kruja Ladvije, per tutti Dea, la 40enne badante di origini albanesi, residente a Miradolo Terme. Vignati dunque è stato condannato a 25 anni di carcere per omicidio volontario e occultamento di cadavere. Alla corte d’Assise d’Appello di Milano sono bastate sei ore di udienza, di cui due in camera di consiglio, per decidere. Dea fu uccisa 4 anni fa con un colpo di pistola alla nuca. Un’esecuzione a sangue freddo avvenuta ad Orio Litta, sulla riva del Po cui poi il 66enne ex assessore leghista (dal 2009 al 2014 nel Comune di Chignolo Po) aveva affidato il corpo senza vita della donna che aveva amato fino al punto da separarsi dalla moglie.

Il corpo venne poi ritrovato solo 8 giorni dopo incastrato nella grata dell’Isola Serafini, nel Piacentino. A niente sono servite ieri le parole del procuratore generale della Repubblica, Roberto Alfonso, che alla corte ha chiesto con forza la conferma dell’ergastolo per Vignati. Un omicidio, quello della badante albanese rimasto a lungo senza responsabili. La procura di Lodi era riuscita a incastrare Vignati solo dopo un anno di indagini serrate. Lui non ha mai confessato né agli inquirenti né durante il processo di aver sparato alle spalle alla sua ex amante e di averla gettata nel fiume per far sparire le prove perché lei, come emerso nelle indagini, stanca della loro relazione, lo aveva lasciato e gli aveva intimato di lasciare la casa dove vivevano insieme. Pur senza mai protestare la propria innocenza, l’ex assessore si è sempre difeso sostenendo di essere vittima di "un’inquisizione", come disse nelle dichiarazioni spontanee del processo di primo grado (concluso a dicembre 2018). E non ha mai ammesso la propria colpevolezza, nemmeno di fronte all’evidenza della pistola calibro 7,62 da lui detenuta nella casa della moglie e che si era presentato a ritirare appena pochi giorni prima dell’omicidio. Una circostanza che a questo punto è stata rimesso in dubbio dalla sentenza d’appello. "Siamo sorpresi dalla decisione della corte - afferma Diego Guarnieri, uno dei legali della famiglia di Dea –. Per noi non c’erano dubbi che ci fosse stata premeditazione da parte dell’imputato. Aspettiamo le motivazioni. Che arriveranno entro 90 giorni.