Lodi, 30 giugno 2014 - "Sono anni che non ci sono più casi di animali risultati positivi al morbo della Bse (Encefalopatia spongiforme bovina)". Ad assicurarlo è Giorgio Varisco, direttore sanitario dell’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna (Izsler), che ha sede a Brescia, unico centro in Lombardia (prima c’era anche Milano) ad eseguire ancora test sui bovini per accertare che non siano stati colpiti da un prione, una proteina patogena che conduce a una malattia degenerativa irreversibile, poi trasmessa all’uomo tramite il cibo. I due casi relativi alla morte di due donne lodigiane (una di 69 anni di Somaglia, l’altra 81 enne di Casalpusterlengo), i cui corpi sono stati inviati all’ospedale Sacco di Milano, specializzato in malattie infettive, per l’autopsia, hanno riacceso i riflettori sulla sindrome “da mucca pazza”, com’era poi stata comunemente chiamata la Bse.

Per quanto riguarda la donna di Somaglia, deceduta ad inizio marzo a Lodi, ieri “Il Giorno” ha saputo dall’ospedale Sacco che dai risultati delle analisi è emerso che effettivamente la donna era stata colpita da una forma della Creutzfeldt-Jacob, malattia neurodegenerativa che conduce a una demenza progressiva fatale, ma che questa non era nella ‘variante’ associata al morbo della mucca pazza. Sul caso dell’81enne deceduta invece venerdì all’hospice di Casalpusterlengo (dopo un ricovero in Neurologia a Lodi), l’autopsia sarà effettuata oggi all’ospedale Sacco (al fine di restituire la salma al più presto ai parenti) ma poi occorreranno settimane per avere i risultati dei test. Sul sito dell’Izsler un report indica che la Comunità Europea ha ‘certificato’ nel 2013 la scomparsa della Bse dalla popolazione bovina europea, con la conseguente riduzione significativa dei test nel tronco encefalico degli animali destinati al macello e dunque all’alimentazione umana.

Dal 2001 al 2013 nei dieci istituti zooprofilattici italiani vennero eseguiti sette milioni di test, metà dei quali all’Izsler, trovando, nei primi anni, in Lombardia, 44 capi affetti dal morbo. "La Comunità europea ha deciso di ridurre la quantità dei test basandosi sull’analisi del rischio, ormai ridotto — conclude Varisco —. I test si fanno ancora ma con una casistica diversa da prima, escludendo i capi più giovani, certamenti nati da animali sani".

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