Carla Musazzi
Carla Musazzi

Parabiago (Milano), 24 settembre 2018 - Per i parabiaghesi d’antan, quelli che incominciano a perdere il ricordo dei capelli ma che ricordano benissimo i platani in piazza Maggiolini, è “donna Carla”. E associano subito il nome di suo marito Mario Re Depaolini e quello della Rede, il calzificio fondato da Mario nel 1938, a Parabiago. Le calze Rede hanno fasciato le gambe di milioni di donne e le estremità inferiori di altrettanti uomini, bambini, militari di leva. Esempio unico di imprenditrice, Carla Musazzi ha compiuto cento anni il 14 settembre.

Signora Musazzi, come ha conosciuto suo marito?

«Eravamo vicini di casa. Io ero amica di sua sorella. Avevamo la stessa età, due giorni di differenza, io sono del 14 settembre, la Olga del 16. Nel ‘44 ci siamo sposati».

In piena guerra.

«La fabbrica era all’inizio, produceva solo calze da donna fatte con il filato. C’erano tante difficoltà. Mancava tutto, a cominciare dalla materia prima. Mario lavorava giorno e notte. Comunque ce l’abbiamo fatta».

Poi sono venuti gli anni ‘50 e grandi cambiamenti.

«Eravamo usciti dalla guerra che avevamo 150 operai. Mario ha rivoluzionato tutto. Basta calze da donna. È andato in Inghilterra, alla Bentley, che faceva macchinari per calze senza cucitura. In seguito abbiamo ripreso anche con le calze da donna».

Nel 1964 muore Mario Re Depaolini e lei si trova al timone dell’azienda.

«Quando Mario è mancato, il calzificio occupava 705 persone. Ho fatto una cosa. Ho riunito i collaboratori più stretti e ho fatto un discorso: ‘Sentite, le cose sono cambiate. Io ce la metterò tutta. Però, se voi non mi date fiducia, siete liberi di fare la vostra scelta’. Non è andato via nessuno. Questo lo posso dire: ho sempre avuto vicino persone che mi volevano bene. Piangevo quando i veterani dell’azienda lasciavano il lavoro, era come se si portassero via un po’ di me. Ancora adesso c’è gente in pensione da vent’anni che viene a trovarmi, chi mi porta fiori, chi un libro. Mi sono sentita dire da qualcuno: ‘Qui ho imparato non solo a lavorare ma anche a vivere’».

Quanti personaggi ha incontrato?

«Andreotti aveva una memoria eccezionale. Era la seconda volta che mi consegnava un premio. ‘Signora, mi disse, io l’ho già vista’. ‘Onorevole, cosa ci posso fare? Mi hanno premiato ancora’. Pertini lo aveva davanti a cena. ‘Questa sera il discorso lo fa lei’, mi propose. ‘Presidente, ci mancherebbe altro. Parli lei’. Ricordo Mike Bongiorno in una giornata di grande felicità. Era a caccia da noi, ad Arsago. Arrivava suo padre dagli Stati Uniti. Siamo andati a prenderlo all’aeroporto, si è fermato da noi. Mario ha cotto le costate sul fuoco».

Cosa si prova a essere una donna famosa e di successo?

«Non mi sono mai accorta di esserlo. Ero troppo impegnata con il lavoro. Più di una volta la televisione ha chiesto di intervistarmi. Un giorno sono venuti e qualcosa è stato fatto. Deve esserci un filmato da qualche parte, negli archivi Rai».

C’è un altro compleanno, oltre al suo e agli 80 anni della Rede: i 30 anni del museo Carla Musazzi. 

«Tutto merito di monsignor Marco Ceriani, lo storico di Parabiago. Gli ho detto: ‘Ho tante cose belle’. ‘Me le porti’, ha risposto. Il Museo è nato così».

I prossimi cento anni? 

«Un giorno tolgo il disturbo. Ma prima ho un po’ di cose da fare. La biblioteca di Parabiago deve essere intitolata a monsignor Ceriani, deve avere il suo nome. Proprio non mi va giù che non l’abbiano ancora fatto. Abbiamo raccolto 750 firme. Se non succede, non so cosa faccio».