Ebe Pagliari con la foto del figlio Marco Perini

Abbiategrasso (Milano), 15 settembre 2018 - Non si vuole indagare più sull’omicidio di Marco Perini. Non ci sono nuovi elementi oltre ai quelli già finora acquisiti. Manca, forse, la volontà. E così, dopo più di 18 anni, la Procura di Milano chiede, tramite il pm Angelo Renna, e per la seconda volta, l’archiviazione del caso. Una nuova doccia gelata per Ebe Pagliari, la mamma di Marco, che in questi 18 anni non ha mai smesso di lottare col coraggio di una leonessa per arrivare alla verità. Un «colpo» quello della decisione presa dai magistrati. Ma contro il quale, ancora una volta, questa donna di settant’anni vuole dare battaglia.

Ebe Pagliari, lei non ha mai smesso di lottare e continuerà a farlo, nonostante la volontà della Procura...

«No, non mi do per vinta. Finché avrò vita non smetterò mai di lottare per arrivare alla verità. A questo punto non mi aspetto tanto di arrivare ai responsabili della morte di mio figlio, ma voglio che si faccia chiarezza sugli errori commessi e sui depistaggi. Non ho paura a dirlo: le indagini sono state condotte in maniera vergognosa e commettendo errori grossolani. Non si aspettavano che una donna, da sola, potesse dar loro così tanto fastidio come ho fatto io».

Le piste seguite sono state essenzialmente tre. Quella di un regolamento di conti nel mondo dei bracconieri, quella della criminalità locale, senza escludere il contesto familiare. Che idea si è fatta?

«Ho sempre sostenuto che i responsabili andassero cercati nella zona. Tanti elementi facevano pensare a questo. Hanno sospettato di un accampamento di rom che si trovavano nei pressi della cascina Meraviglia, dove abitava Marco, ma loro non c’entravano. Il pm Alfredo Robledo, nel presentare la prima richiesta di archiviazione il 16 giugno 2003, ha ritenuto che l’omicidio fosse maturato nell’ambiente degli spacciatori e che mio figlio avesse visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Una tesi, ma nessuno venne individuato».

Lei ha sempre annotato tutto in questi 18 anni. Il 13 settembre ha scritto l’ultima lettera nella quale annuncia opposizione all’archiviazione.

«Nella lettera cito due circostanze significative su come non si sia indagato in alcune direzioni. In particolare un testimone ha dichiarato di avere visto mio figlio in prossimità della sua abitazione verso le 16 dell’11 maggio, quindi pochi istanti prima della morte. L’orario esatto lo si poteva rilevare dallo scontrino rilasciato da un negozio di sementi presso il quale si era appena recato. E poi non sono mai stati acquisiti i tabulati telefonici dei parenti vicini a Marco e dei suoi amici. Da questi tabulati, probabilmente, sarebbero emersi elementi utili».