Carlo Vichi e Annamaria Fabbri
Carlo Vichi e Annamaria Fabbri

Mivar, un marchio ma anche un simbolo di un’epoca. L’epoca in cui sul mercato italiano degli apparecchi televisivi era protagonista un marchio italiano. Anzi, un marchio lombardo, ovvero quello della Mivar di Abbiategrasso. Fu il milanese Carlo Vichi, patron della Mivar morto a 98 anni, il primo produttore italiano di televisori. Un imprenditore come ce ne sono pochi.Non era un uomo “nato dal niente”. Carlo Vichi era un imprenditore nato da una genialità non comune, da tempi incoraggiavano di certo a sperimentare e a innovare ma nei quali bisognava sapersi rimboccare le maniche. E Carlo Vichi, mente superiore non solo dal punto di vista imprenditoriale ma anche per quanto riguarda il “saper fare”, ha sempre avuto la vocazione a darsi da fare in prima linea.

Come era nata la Mivar? Grazie a lui che di giorno lavorava da dipendente e la sera faceva riparazioni meccaniche: “Le facevo in camera da letto, mia moglie Annamaria dormiva e io lavoravo. Poi è arrivato ad aiutarmi un mio amico e mia moglie ci ha mandati in garage” ricordava Vichi dalla sua scrivania fra i lavoratori. Già, perché lui, il “padrone”, amava stare fra i lavoratori e le lavoratrici della sua azienda. Erano la sua famiglia, la Mivar era la sua creatura. Una creatura che era fatta a sua immagine e somiglianza. E che inevitabilmente ha pagato anche il prezzo della chiusura all’innovazione: il mondo andava verso il digitale, la Mivar continuava a produrre televisori a tubo catodico. Fedele a se stesso, il Signor Vichi. Fedele alla propria morale, quella morale di padre di famiglia che lo ha portato a produrre televisori, seppur in perdita, fino a che le sue lavoratrici - il personale dell’azienda di Abbiategrasso era quasi tutto femminile - non sono riuscite ad andare in pensione o a trovare un’altra collocazione.

Un imprenditore come ce ne sono pochi, già. Carlo Vichi non aveva un carattere semplice da comprendere. A volte poteva sembrare eccessivamente burbero, ma aveva dedicato tutta la propria vita alle sue due famiglie, quella privata e quella professionale, che amava e difendeva con le unghie e con i denti. Anche durante le serrate trattative sindacali, che duravano giorno e notte, il suo primo obiettivo era sempre quello di pensare ai lavoratori e alle lavoratrici Mivar. “Per voi giovani servirebbe qui lui, così capireste il valore dei sacrifici” mi disse un giorno con volto serio indicando un’immagine di Benito Mussolini che teneva appesa sopra la scrivania, salvo poi sorridere e quasi commuoversi guardando le alcune lavoratrici alle prese con il montaggio dei televisori. Era contraddittorio, Carlo Vichi. Come tutte le personalità geniali. E lui lo era.