Vincenzo Fedele e il suo cane
Vincenzo Fedele e il suo cane

Parabiago (Milano), 3 settembre 2016 - La sua casa è un furgone. La porta d’ingresso è il portellone posteriore. Quello che ha è tutto lì, nel cassone: un materasso, una coperta, degli scatoloni con dentro i vestiti e una corda da pacchi per stendere i panni. Ci sono poi un seggiolino da pic-nic, un paio di catini e poco altro. Con lui c’è la sua fedele amica, una rottweiler di nome Dea. Ecco la vita di Vincenzo Fedele, 66 anni di Parabiago, ma originario di Catanzaro. Vive in queste precarie condizioni da tre mesi. Una sofferenza silenziosa e nascosta, la sua, celata nella cabina del veicolo eletto a domicilio. Ma ora, giunto alle stremo delle forze e minacciando gesti autolesionistici, ha voluto per la prima volta renderla pubblica. «La disperazione adesso è più grande di qualsiasi pudore - racconta tra le lacrime -. Non ce la faccio più. Sono dimagrito dieci chili. Vado a mangiare alle mensa solidale, grazie ai Servizi sociali, o a casa di qualche amico che non mi ha voltato le spalle, ma è il dolore che sto provando che mi uccide».

Un calvario, il suo, iniziato lo scorso 28 maggio. Da allora non ha più rimesso piede nella sua graziosa villetta (intestata alla moglie di origine moldava) ed è andato a vivere a due passi da lì, nel suo furgone posteggiato in via Silvio Pellico, diventata «la sua prigione»: «Mi sono rinchiuso qui dentro per un fatto che non ho mai commesso. Dopo 13 anni insieme, di cui dieci di matrimonio (ha sposato la donna in seconde nozze dopo la morte della prima consorte, ndr), ho litigato alla fine di maggio con i suoi due figli, il ragazzo di 23 anni e la sorella di 20 che ho cresciuto come fossero miei. E lei ha sporto così una denuncia contro di me accusandomi di averla molestata sessualmente quando era bambina, dieci anni fa. La mia vita è stata così stravolta dall’oggi al domani».

Per il momento l’iter processuale sulla vicenda non è ancora iniziato e in attesa che l’autorità giudiziaria si pronunci, va riconosciuta anche a lui, e fino all’ultimo grado di giudizio, la presunzione di innocenza. «Sono incensurato - aggiunge Vincenzo - e ho condotto una vita di sacrifici. Ora mi ritrovo senza più nulla. A distanza di dieci anni e senza mai alcun sentore in casa, c’è chi mi accusa di un qualcosa di così infamante. Un fulmine a ciel sereno. Sono stato quindi ripudiato. Respinto. Allontanato. Sto cercando di reagire, ma non è facile. Rivolgo ora un accurato appello per qualsiasi offerta di lavoro». E la speranza poi è accorgersi ad un tratto che sia stato solo un incubo: «Spero sempre di svegliarmi al mattino accanto a mia moglie, senza calunnie ingiuste, e capire che è stato tutto un brutto sogno. Ma la realtà è purtroppo un’altra: è questo inferno che all’improvviso sto vivendo. Dentro un furgone».