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Lo scrittore Lupo conquista il premio Viareggio

L'autore rescaldinese ha convinto la giuria con il suo ultimo romanzo "Gli anni del nostro incanto", una storia famigliare intrecciata con quella dell'Italia in un periodo storico irripetibile e leggendario: gli anni del boom economico

di SILVIA VIGNATI
Ultimo aggiornamento il 4 settembre 2018 alle 19:43
Lo scrittore Giuseppe Lupo

RESCALDINA (Milano), 4 settembre 2018 - Giuseppe Lupo è a Milano, sta andando in Università. Volevamo incontralo per congraturarci, lo facciamo al telefono.
Lo scrittore ha vinto ex aequo con Fabio Genovesi il Premio Viareggio Rèpaci 2018 (sezione narrativa) con «Gli anni del nostro incanto« (Marsilio). La cerimonia di premiazione si è svolta domenica, in piazza Mazzini a Viareggio. «Gli anni del nostro incanto« era stato presentato qualche mese fa alla libreria Nuova Terra. Narra gli anni del boom e quelli di piombo, che entrano nei sogni e nelle inquietudini di due generazioni a confronto. E' la storia di una famiglia in cui tanti lettori si sono identificati: nei paesaggi urbani, negli oggetti, nelle dinamiche di relazione. Giuseppe Lupo, nato ad Atella, Potenza, nel novembre 1963, una casa a Rescaldina, Professore di Letteratura contemporanea alla Cattolica di Milano, è un uomo che va di corsa ma trova il tempo per noi.
Professor Lupo, dopo una lunga lista di riconoscimenti letterari (dal Premio Berto al Premio Alassio Centolibri), è giunto il Premio Viareggio Rèpaci ex aequo con Genovesi. Che significato dare a questa esperienza?
«Possiamo dire un'altra tappa di un percorso in crescita. Il Viareggio-Rèpaci è uno dei premi più importanti nel panorama letterario italiano, insieme allo Strega e al Campiello, a quest'ultimo mi ero già classificato finalista«.
Perché è piaciuto il suo libro alla giuria?
«Perché racconta una storia familiare che contiene la storia di una nazione. Tanti lettori mi hanno scritto dicendo «anch'io avevo quel modello di Vespa«, oppure "avevo anch'io una cucina Salvarani". I lettori hanno così riconosciuto nelle mie pagine un pezzo di loro, del loro vivere«.
Qualche ricordo della premiazione?
«E' stata fatta una tavola rotonda fra finalisti. Ho voluto dedicare il libro a Cesare De Michelis, presidente della casa editrice Marsilio (l'editore che lanciò Mazzantini e Tamaro, ndr) mancato solo pochi giorni prima della premiazione, il 10 agosto. Eravamo molto legati«.
Sta lavorando a una nuova pubblicazione?
Sì, a un romanzo che uscirà l'anno prossimo: narrerà un viaggio dentro la vita interiore. Ma già in ottobre saranno in libreria due nuove riedizioni: «L'Americano di Celenne«, che ha segnato il mio esordio letterario, e «L'ultima sposa di Palmira««.
Che consiglio darebbe a uno studente che le confidasse di voler fare lo scrittore?
«Leggere strenuamente i classici, da Omero a scendere in giù. Leggere insistentemente tutti i classici. Fino ad arrivare ai grandissimi del Novecento, da Pasolini a Calvino, solo per fare qualche nome. Autori italiani ed europei, senza distinzioni. Poi si può scrivere«.
Lei è narratore e saggista, con pari numero di pubblicazioni, otto per ciascun genere. Ha qualche predilezione?
«La saggistica rappresenta per me la scrittura feriale, quella a cui mi dedico da lunedì a venerdì, la narrativa è la scrittura festiva. Due linguaggi diversi, ma non scissi«.
Insegna, scrive, si dedica a una moglie e due figlie. Dove trova il tempo per fare tutto?
«Motivazione. Fare cose di cui sei convinto. Lavorare tanto, e poi lavorare ancora tanto di più. Organizzare il tempo, ottimizzarlo. E i risultati arrivano«.

 

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