Abderrahim Mutaharrik
Abderrahim Mutaharrik

Lecco, 20 settembre 2016 - Nei video Abderrahim Moutaharrik è sempre apparso un duro, un combattente nato. Il ventisettenne campione semiprofessionistico di boxe thailandese però aspirava a combattere una battaglia che andasse ben oltre il ring, quella sotto le bandiere nere dell’Isis. Sognava di partire per la Siria insieme alla moglie Salma Bencharki, marocchina pure lei, dalla quale aveva avuto due figli.

Per questo la coppia di aspiranti martiri era stata arrestata lo scorso 28 aprile in un’operazione congiunta Ros-Digos con l’accusa di terrorismo internazionale. Soggetti ad alto tasso di pericolosità, tanto che proprio ieri la Procura di Milano ha chiesto il processo con rito immediato per loro e altri due soggetti coinvolti. Si tratta del connazionale Abderrahmane Khachia, 23 anni, che abitava a Brunello nel Varesotto ed è fratello di un «martire» della jihad e Wafa Koraichi, 24 anni. Quest’ultima, residente a Bevano, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore è la sorella di Mohammed, l’aspirante mujahidin che con la moglie italiana Alice Brugnoli e i tre figli piccoli sono partiti circa un anno fa da Bulciago per raggiungere la Siria.

Pericolosi per la sicurezza del Paese tanto che in un un’annotazione dell’8 settembre scorso la Digos di Lecco fa riferimento al «verbale di perquisizione» successivo all’arresto nel quale si racconta «il ritrovamento» a casa di Moutaharrik e di sua moglie di un «pugnale da combattimento», custodito «nell’apposita custodia ed occultato accuratamente all’interno di uno zaino posto sotto il materasso nell’apposito vano del letto». L’arma bianca, scrivono gli investigatori, «in eccellente stato di conservazione e atta all’uso, è simile a quella brandeggiata da un miliziano del Califfato, in prossimità del collo di una persona condannata come “traditore dello stato islamico“ e decapitata, che si rileva in un filmato trovato registrato e memorizzato all’interno» dello smartphone del marocchino. Filmato «inviatogli attraverso la piattaforma “Telegram“ da un anonimo interlocutore».

La Digos nella stessa annotazione ricorda che il pugile ricevette via whatsApp dagli uomini del Califfato, ovvero «l’ordine di uccidere gli infedeli», segnala che quel poema inizia «proprio con l’invito a colpire il nemico attraverso lo “sgozzamento“ quindi attraverso l’uso del coltello». La stessa arma, scrive ancora la Digos, trovata «a casa di Moutaharrik» nascosta «all’interno di uno zaino posto sotto il materasso del letto matrimoniale».