Marco Galbiati fotografato con il figlio Riccardo: tra loro vi era, a detta del padre, un rapporto di «amicizia e complicità»

Lecco, 16 aprile 2018 - C'è un padre, distrutto dal dolore, che è tornato a sorridere solo dopo essere riuscito ad incontrare l’uomo che ora vive grazie al rene donato da suo figlio, morto all’improvviso a 15 anni. «Ho incontrato Maurizio che vive a Verona dopo che gli è stato trapiantato il rene di mio figlio. Gli ho raccontato chi era Riccardo e quali fossero i suoi sogni». E tanti genitori ora sperano di fare la stessa cosa grazie alla sua battaglia. Marco Galbiati vive a Sirone, in provincia di Lecco. Ha perso Riccardo all’improvviso dopo che era stato colto da un malore sulle piste da sci dell’Aprica sul finire del 2016 e dichiarato morto il 2 gennaio 2017 all’ospedale di Bergamo. Aveva quindici anni e sognava di diventare uno chef .

Le foto della loro vita, prima di questa tragedia, raccontano di una complicità fra padre e figlio, spezzata per sempre. Con un grande gesto di altruismo dopo quella tragedia Marco aveva acconsentito all’espianto degli organi. La morte di Riccardo avrebbe salvato altre vite. Da quel momento ha portato avanti l’idea di poter incontrare un giorno chi vive grazie a quella scelta e ci è riuscito, nonostante la legge italiana preveda l’anonimato. È infatti vietato diffondere le generalità dei familiari del donatore e quelle del ricevente. «Incontrare la persona che vive grazie a un organo di Riccardo mi ha donato grande serenità – confessa – e lo stesso è accaduto a Maurizio con il quale ho stretto una bella amicizia. Mi farebbe piacere entrare in contatto con le altre persone per raccontare anche a loro chi era Riccardo. Non dico che questo deve valere per tutti, ma per chi lo vuole sì».

Galbiati ha captato evidentemente l’esigenza di tante persone e in pochi giorni ha raccolto già migliaia di firme per chiedere che la legge cambi. Ed è stato contattato da molte famiglie come quelle della donna milanese, Rosa Bua, che ha perso il figlio di 33 anni all’improvviso per un aneurisma cerebrale il 22 dicembre del 2017 e che ora chiede di «incontrare le persone che oggi vivono grazie agli organi di mio figlio». «Non solo le famiglie dei donatori - continua Galbiati - ma anche tantissimi “riceventi” sentono questa esigenza. La necessità di incontrare e conoscere, attraverso gli occhi di chi gli ha voluto bene, gli “angeli” che gli hanno cambiato la vita – dice convinto Galbiati, forte di un grande sostegno – C’è uno studio realizzato dall’ospedale di Bergamo in cui sono stati intervistati pazienti che hanno ricevuto un organo e genitori di donatori: il 70% degli intervistati chiede di conoscersi».