Cristian Civati e la barca di bottiglie riciclate
Cristian Civati e la barca di bottiglie riciclate

Lecco, 19 agosto 2019 - Dal lago di Como all’Adriatico, a bordo di una canoa realizzata interamente con materiale di recupero destinato altrimenti a finire in discarica come spazzatura. A tentare l’impresa è Cristian Civati, comasco di Montorfano di 35 anni, salpato nei giorni scorsi con la sua imbarcazione ecologica da Olginate, lungo l’Adda, poco più a valle del Lario e del lago di Garlate, alla volta del delta del Po, dove spera di arrivare entro fine mese, dopo una crociera di circa 500 chilometri tutti anse e sbarramenti tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

Oltre alla grande sensibilità per la natura e insieme la passione per le attività all’aria aperta, a ispirarlo è stato il nonno, che da bambino gli raccontava sempre le favole su un supereroe, il Pesce volante, che è anche il nome con cui ha varato la sua strana barca, costruita con bottiglie di plastica usate per lo scafo, canne di bambù per il telaio, un vecchio ombrello, un bidone dell’immondizia per remi e pagaia, ruote di una vecchia bici per il carrello e qualche cassetta della frutta. «Con questo progetto mi sembra di tornare un poco bambino, ma soprattutto voglio dimostrare che è possibile realizzare l’impossibile divertendosi, proprio come mi insegnava il nonno con le sue storie sul Pesce volante - racconta il trentacinquenne, termotecnico di professione che ha fondato l’associazione ambientalista L’Ontano e che partecipa a molte iniziative ecologiche –. Voglio contribuire alla sensibilizzazione sul grave problema della plastica e delle microplastiche disperse nei fiumi e nei mari, dimostrando che riciclare i rifiuti conviene. L’immondizia infatti è una grande risorsa nel posto sbagliato, perché può essere reimpiegata a beneficio di tutti».

Dopo sei giorni di navigazione, ha raggiunto la zona di Lodi: il viaggio prosegue senza particolari imprevisti né intoppi, a parte per un ribaltamento in seguito al quale è finito a mollo insieme a tutto l’equipaggiamento, compresa la tenda in cui dorme. «Al termine di ogni tappa mi accampo dove posso in tenda e mi arrangio per cucinare e mangiare – spiega –. Purtroppo il bagno fuori programma mi ha fatto perdere tempo rispetto alla tabella di marcia per aspettare che asciugassero vestiti e attrezzature. In realtà però l’ostacolo maggiore che mi rallenta di più sono le dighe e le chiuse che interrompono di continuo l’Adda e mi costringono a uscire dall’acqua e trascinarmi dietro la canoa a piedi. Pure lo sfruttamento delle risorse idriche naturali e la modifica del corso dei fiumi del resto sono temi su cui mi piacerebbe invitare tutti a riflettere con la mia avventura».