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19 mar 2022

Incolparono i piloti, invece era il ghiaccio

BARNI (Como)

Sono passati ormai 35 anni dalla tragedia aerea che gli abitanti del lago di Como ricorderanno per sempre, quella dell’Atr 42, il Colobrì, che si schiantò nei boschi a 800 metri di quota di Conca di Crezzo e dei sui 37 morti. "Siamo in emergenza", furono le ultime parole che i tecnici della torre di controllo di Linate riuscirono ad ascoltare attraverso la radio la sera del 15 ottobre del 1987. Sedici minuti dopo il decollo, dell’Atr 42 che era diretto a Colonia con a bordo 34 passeggeri e tre membri dell’equipaggio, sui radar si persero le tracce. Attorno alle cime del Lario era ormai calato il buio. Un boato squarciò il silenzio dell’Alta Vallassina intorno alle 19.30. Pioveva a dirotto. Negli anni seguenti, attraverso un lungo e drammatico processo che si svolse prima a Como poi a Lecco si tentò di far luce sulla tragedia. La fase più dolorosa fu quando si puntò il dito proprio contro i piloti Lamberto Lainè e Pierluigi Lampronti. Le complicate indagini fecero emergere la presenza di responsabilità a diversi livelli, nonché la presenza di un manuale di istruzioni contraddittorio. Il processo fu lungo e tormentato. Il padre e la madre di Lampronti che seguirono, minuto per minuto, tutti i processi, difesero strenuamente l’innocenza del loro figlio. La Cassazione dette loro ragione. Per i giudici infatti non ci fu nessun colpevole ma solo una catena di cause che portarono i piloti a perdere il controllo dell’Atr 42. Furono condizioni eccezionali e il ghiaccio, che imprigionò le ali a provocare la tragedia dell’Atr 42. Federico Magni

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