Giuseppe Englaro, papà di Eluana (Ansa)
Giuseppe Englaro, papà di Eluana (Ansa)

Lecco, 7 febbraio 2019 - Dieci anni dopo. Dieci anni senza la ragazza di Lecco. Il 9 febbraio del 2009, nella clinica “La Quiete” di Udine, Eluana Englaro prende commiato da una vita solo biologica. Ha 38 anni e dal 1992 è in stato vegetativo dopo un terribile incidente stradale. Da allora Beppino Englaro si è battuto in ogni sede giudiziaria per ottenere che fossero sospese alimentazione e idratazione artificiale. Perché quella era la volontà chiaramente espressa dalla figlia: non essere ridotta, obbligata, “condannata” a esistere, senza coscienza, senza speranza. Una sorte che Eluana non avrebbe mai sopportato. Un percorso che si snoda attraverso polemiche spesso roventi. La svolta il 13 ottobre 2008, quando la Corte di Cassazione respinge il ricorso della procura di Milano dando ragione a Beppino Englaro.

Beppino Englaro ricorda quel giorno con poche parole: «Non dovrà esserci mai più una tragedia come quella di Eluana. Quello è stato un giorno importante per i diritti e le libertà di tutti, una svolta di civiltà del nostro Paese. Più di così non potevamo aspettarci. È stato un traguardo conquistato anche grazie al contributo di tutti coloro, medici, magistrati, legali, politici, uomini di pensiero, che hanno dato il loro contributo per portare a termine la vicenda». È il 14 dicembre del 2017. All’ultimo tuffo della legislatura, il voto del Senato ha reso definitiva e operante la legge sul biotestamento, la tutela della vita ma anche l’autodeterminazione: nessun trattamento sanitario può essere intrapreso o proseguito senza il consenso, libero e informato, dell’interessato. È il paziente a decidere del fine vita. La sua volontà va rispettata. Il documento per il consenso informato deve essere in forma scritta, ma può anche essere sostituito da videoregistrazione o altre tecnologie. Beppino Englaro si avvia a compiere 78 anni ancora pieni di energia, di attivismo.

Una legge che per tanti è in nome di sua figlia.

«Una legge che ci voleva e basta. Stabilisce la cosa giusta: la possibilità di autodeterminarsi. È chiaro che come tutte le cose è perfettibile e che strada facendo potrà essere migliorata».

Che riscontri ha dalla gente?

«La gente deve capire che può essere arbitro del proprio destino. Metta nero su bianco la propria volontà. Quello che vuole e quello che non vuole. Dopo la vicenda di Eluana e l’entrata in vigore della legge non può non sapere quello che rischia. Vorrei dire a ciascuno: ‘Finché puoi, sappi che hai la possibilità di decidere. Se ti fai trovare scoperto, sono gli altri che decidono per te. E tu non ci puoi fare niente. Guarda come abbiamo faticato noi per ricostruire la volontà di Eluana e fare capire che era quella e niente di diverso. Noi siamo passati dalla Costituzione per arrivare alla sentenza della Cassazione. Tu, caro cittadino, ora hai una legge nello specifico, conforme alla Costituzione’».

E le persone con cui si trova a dialogare cosa rispondono?

«Parlare della morte non è mai facile. Non attendiamoci grandi numeri dall’applicazione della legge. L’importante è che ci sia lo strumento, come lo è attualmente. E sono convinto che sarà usato sempre di più. Mi capita di sentirmi dire: ‘Grazie per quello che hai fatto, anche per noi’. Quell’anche è molto importante».

Dieci anni senza Eluana.

«Prima era un inferno. Ho sempre definito così quello che vivevamo come famiglia. Ho liberato mia figlia da una condizione che aveva dichiarato che non avrebbe mai accettato. Lei aveva le idee molto chiare. C’è una sua lettera a noi genitori. Chiarissima. Inequivocabile. La prima cosa che ho detto al primario della rianimazione è stata: ‘La ragazza è questa. Va rispettata per i suoi convincimenti’. La posizione della famiglia era univoca. Certo non ci saremmo mai sognati di andare incontro a tutto quello che è seguito».

Il Beppino Englaro di oggi rifarebbe quello fatto dall’Englaro di vent’anni fa?

«Certamente. Per non vivere una tragedia nella tragedia, come lo è stato. Perdere una figlia è una tragedia. La seconda è stata quella di vederla condannata a vivere. Adesso mia figlia vive in me. Ho semplicemente rispettato quello che si attendeva da noi genitori».