Davide Corti
Davide Corti

Lecco, 29 marzo 2020 - Nelle cupe ore della battaglia contro il Covid-19 arriva un confortante messaggio di speranza dal mondo della ricerca. La Humabs BioMed SA di Bellinzona, filiale della californiana Vir Biotechnology Vir Inc, ha annunciato nelle scorse ore di aver identificato alcuni anticorpi monoclonali umani in grado di riconoscere e neutralizzare il SARS-CoV2, il virus responsabile della Covid-19. A capo dell’équipe c’è Davide Corti, 41 anni, ricercatore lombardo con origini a Mandello del Lario, nel Lecchese, che dopo la laurea in Biotecnologie farmaceutiche a Milano, ha preso la strada della Svizzera per un futuro migliore per sé e la sua famiglia.

Ci sono speranze allora?
"La capacità di questo anticorpo di neutralizzare il virus SARS-CoV-2 è stata confermata in due laboratori indipendenti. Ci sono altri che ci stanno lavorando ma noi siamo più avanti: adesso è già in produzione ma per migliorare le sue proprietà, l’anticorpo è stato ingegnerizzato allo scopo di aumentarne l’emivita, cioè estendendo il tempo di efficacia; in più gli abbiamo conferito “caratteristiche vaccinali”, che danno all’anticorpo la capacità di agire per curare un’infezione in corso inducendo allo stesso tempo una risposta immunologica simile a quella che si ottiene in seguito a vaccinazione".
Davide Corti rischia così di aggiungere il suo nome alla lunga lista di uomini di scienza: da Pasteur, padre dell’immunologia moderna a Salk e Sabin, che dopo il 1955 misero a punto un vaccino in grado quasi di eradicare la poliomielite. Basterebbe andare a rileggersi Piliph Roth e il suo “Nemesi“ per rivivere la scia di dolore che la poliomielite si è lasciata dietro di sé. Ma adesso il nemico numero uno resta il Covid 19 che ha già ucciso quasi 30mila persone nel mondo, insieme a oltre 670mila contagi.
Ci racconta come siete arrivati a questo risultato?
"Ci lavoriamo dall’11 gennaio scorso, da quando i colleghi americani ci hanno inviato la sequenza del virus identificato alla fine del 2019 e per questo battezzato Covid 19. È stato un passaggio importante perché in passato i cinesi non lo avevano mai fatto".
Come avete proceduto a questo punto?
"Utilizzando la metodologia per l’isolamento di anticorpi monoclonali. Abbiamo subito riscontrato che il Covid 19 era molto simile al virus della Sars. Così abbiamo lavorato sui linfociti, sangue di fatto, di soggetti che nel 2003 avevano contratto la Sars e da queste cellule abbiamo identificato l’anticorpo. Qualche anno fa ho fatto lo stesso su una persona sopravvissuta all’Ebola: l’anticorpo è stato testato in Congo e per la prima vo lta c’è stato un riscontro positivo. Adesso stanno producendo il farmaco".
Che idea si è fatto sul Covid 19?
"É meno virulento della Sars ma arriva più in profondità, fino agli spazi alveolari dove avviene lo scambio gassoso e il sangue si ossigena. L’altra differenza fondamentale è che nel virus della Sars non c’erano infezioni asintomatiche ed era più facile circoscrivere l’infenzione; adesso invece ci sono molti soggetti asintomatici che fungono da “cavallo di troia” e il virus ringrazia".
Preoccupato dunque?
"Questo virus ha dimostrato di essersi adattato benissimo all’uomo con una strategia camaleontica davvero eccezionale: la polimerasi, l’enzima che consente di replicarsi, è volutamente “difettosa” nel suo meccanismo d’azione e questo fa sì che si introducano delle varianti ad ogni ciclo virale che lo rendono sempre più performante".
Una selezione darwiniana particolarmente micidiale?
"Esatto: c’è un elevatissimo rischio che si trasformi in un virus endemico, e che si ripresenti con cadenza regolari proprio come una normale influenza ma con una virulenza ben maggiore perché dal punto di vista immunologico è nuovo per il corpo umano e questo è una manna per lui".
Quindi cosa consiglia?
"Non abbassare la guardia e poi sarebbe interessante analizzare tra i soggetti veramente esposti quelli che hanno sviluppato una risposta autoimmune per trarre indicazioni utili".