Afrim Berisha col figlio di 11 anni
Afrim Berisha col figlio di 11 anni

Barzago (Lecco), 18 ottobre 2019 - È dovuto tornare a casa a Barzago da solo Afrim Berisha, operaio cinquantenne di origini albanesi ma ormai trasferitosi da tempo in Italia in pianta stabile. Il suo cuore e i suoi pensieri però sono rivolti sempre lì, in Siria, verso l’immenso campo profughi di Al Hol, Nord-Est del Paese, a 13 chilometri dal confine settentrionale dell’Iraq e 50 a Sud di quello turco, dove quest’estate ha potuto incontrare, abbracciare e baciare suo figlio Alvin, che ha compiuto 11 anni.
Non lo vedeva dal dicembre 2014, quando la madre all’epoca 31enne lo ha rapito, trascinandolo nell’inferno del Califfato per cercare di trasformarlo in un terrorista dell’Isis: lei, sei mesi fa, durante la ritirata dei tagliagole, è morta in un raid aero, il ragazzino, che l’ha vista soccombere sotto i propri occhi insieme a un’altra ventina di donne e bambini, è scampato al bombardamento, ma ha perso il piede destro ed è rimasto ferito.

«Non posso più lasciarlo lì, è sopravvissuto a quei criminali che volevano renderlo un mostro, ma adesso rischia di non farcela per la grave situazione e gli scontri che si stanno verificando tra turchi, curdi, siriani e russi - racconta preoccupato il genitore -. Negli ultimi giorni non ho più avuto modo di contattarlo, le comunicazioni sono interrotte, non so nemmeno se sia ancora lì o se sia stato costretto a scappare altrove. Fatica a camminare, è debilitato ed è completamente da solo. Gli unici che lo assistono sono i volontari della Croce Rossa e delle poche organizzazioni umanitarie che hanno scelto a loro rischio di non abbandonare il campo». «Gli avevo promesso che non lo avrei lasciato mai più, che lo avrei portato via con me, ma non ho potuto - riferisce angosciato, con gli occhi lucidi di lacrime che contrastato con il suo fisico possente e il viso indurito dalla sofferenza -. Lì è come detenuto, non può uscire. Avrei voluto portarlo via, ma alla frontiera irachena mi avrebbero scoperto perché fermano e controllano chiunque, sarei finito in galera e avrei perso mio figlio per sempre. I valichi con la Turchia invece sono completamente chiusi e blindati, hanno costruito muri alti metri e da lì non si può più passare. Devo assolutamente tornare a prenderlo, non posso deluderlo, gliel’ho promesso».

Spera che qualcuno della diplomazia internazionale lo aiuti, sebbene ci confidi poco: lui e suo figlio sono cittadini dell’Albania, ma risiedono in Italia e, nel rimpallo delle competenze e delle responsabilità, nessuno sembra stia provando veramente a risolvere la situazione. Gli unici che lo hanno aiutato e accompagnato nei suoi viaggi alla ricerca del figlio sono stati gli inviati della trasmissione “Le Iene”, che nell’ultima puntata hanno trasmesso un commovente quanto drammatico servizio dell’incontro con Alvin, superato tra l’altro dal precipitare degli eventi geopolitici internazionali. «Credevo non mi avrebbe riconosciuto, invece mi ha subito buttato le braccia al collo e chiamato “papà” - confida il padre -. Siamo stati insieme alcuni giorni. Abbiamo tentato in tutti i modi a portarlo via con noi. Lasciarlo lì è stato tremendo, non auguro a nessuno di dover compiere una scelta simile».

«La vita del bambino è ora più che mai in pericolo - riferisce la “Iena” Luigi Pelazza, brianzolo di adozione che nel 2010 si è spostato a Merate, che si è preso a cuore la sorte di Alvin che chiama affettuosamente “campione” e che è riuscito a organizzare l’incontro tra papà Afrim e il figlio -. Il campo profughi dove si trova è pieno di terroristi ed è nel Kurdistan siriano, che sta per essere invaso dalle truppe turche».